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P.
Gabriele Cingolani
"L I A M O' S
I N O A L L A F
I N E " MEDITAZIONI
SUI VANGELI DELLA PASSIONE |
Contenuti
La
Passione di Gesù Cristo raccontata e meditata come un dramma in quattro atti
e novantadue scene. Il dramma del Figlio di Dio e di ogni essere umano. Basato
sui vangeli, sulla riflessione teologica e sull'esperienza dei cristiani.
ATTO PRIMO, LA CENA. Un gesto che riassume e concentra
tutta la vita. Per Cristo e per noi. Mistero insondabile come l'Incarnazione,
la Risurrezione e la Trinità. Ci riannoda a Cristo ogni giorno e ci coinvolge
nella salvezza del mondo.
ATTO SECONDO, IL GETSEMANI. L'uomo nei momenti cruciali
e nelle scelte decisive. La lotta umana nella tentazione, nel dolore e nella
morte. La difficoltà di accettare la volontà di Dio e di credere sino alla
fine. Cristo s'è appostato in tutti i getsemani della vita umana perché chiunque,
quando ci si trova, lo possa incontrare.
ATTO TERZO, IL PROCESSO. La devastazione dei rapporti
tra le persone e nella società. Essere incompresi fraintesi traditi rinnegati
abbandonati manipolati insultati condannati uccisi. Essere eliminati senza
aver fatto nulla di male, per il semplice fatto di essere quel che si è. Cristo
resta fedele al Padre e alla propria missione. Coerente alla propria identità.
Denuncia chiunque manometta la dignità degli altri. Annuncia che chi perde
non è chi soffre ma chi fa soffrire ingiustamente.
ATTO QUARTO, LA CROCE. Palcoscenico cosmico dell'ultimo
atto del dramma. Che fare della vita quando il rifiuto ti sbatte sulla croce
e azzera la tua dignità, gli insulti trafiggono peggio dei chiodi e la morte
ti brucia con la lava del tetano e ti schianta con l'infarto cardiaco? Continuare
ad amare. Dare la vita per amore. Amare "sino alla fine", che per
lui significa sino all'infinito.
Non
si può rifiutare l'amore. Più lo rifiuti, più ti ama. Più lo vuoi distruggere,
più ti accoglie nel perdono e nella misericordia. L'amore vince. Nulla può
contrastare la sua vittoria. Né il peccato, né il dolore, né la morte.
E'
il senso della Croce e Passione di Gesù.
GABRIELE
CINGOLANI è religioso della Congregazione dei Passionisti.
Nato a Recanati, laureato in teologia all'università Gregoriana di Roma, è
giornalista, scrittore, conferenziere. I suoi libri sono pubblicati dalle
principale editrici cattoliche italiane e tradotti in inglese, spagnolo e
portoghese. Ha lavorato alla Radio Vaticana e alla Segreteria di Stato. Nel
suo Istituto è stato superiore provinciale e si è occupato di formazione,
di predicazione e di missioni all'estero. Al presente è occupato nelle attività
della sua Congregazione in Canada, dov'è anche assistente spirituale della
locale diramazione di Radio Maria. Presso questa emittente ha tenuto per due
anni conversazioni settimanali sui Vangeli della Passione, da cui deriva questo
volume.
INTRODUZIONE
La Passione di Gesù Cristo è la storia d'amore più grande del mondo. Non
si può passare una vita intera in questo mondo senza sentirla raccontare e
prenderci qualche contatto.
"Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito",
Gv 3,16. Il quale "dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò
sino alla fine", id. 13,1. In Dio amare sino alla fine significa amare
senza fine. E' un amore che parte dal mistero di Dio-Trinità e diventa umano,
storico, cosmico.
Siccome quest'amore passa per la croce, la storia per noi fa problema.
Ci colpisce più la croce che l'amore. E' accaduto per secoli. S'è data più
importanza alle carni lacerate, al sangue che scorre, ai lamenti e agli spasimi
che all'amore.
Riproponiamo la meditazione sulla Passione di Gesù.
Ma si noti bene, che è sotto la guida principale dei vangeli. Non perché
la teologia o la devozione dei fedeli o l'esperienza dei mistici non contino,
ma perché abbiamo sentito il bisogno di convogliare e integrare il tutto sulla
scia del presupposto biblico.
La meditazione sulla Passione di Gesù ha sostenuto la vita spirituale
dei cristiani per secoli, producendo anche scuole di spiritualità. Negli ultimi
decenni sembra aver patito attenuazione, spiazzata dalla crisi dei metodi
tradizionali e dalle nuove forme di meditazione incentrate sulla Parola di
Dio. In compenso si sono sviluppati gli studi di esegesi sulla Passione di
Gesù, ma in genere non sono adatti per la meditazione.
Sempre lo stesso problema: chi studia rischia di non meditare abbastanza.
Le sue ricerche illuminano la mente e appagano la curiosità, ma non scaldano
il cuore. Chi medita rischia di non studiare abbastanza. Può sviluppare il
tema anche bene, ma corre il pericolo di andare fuori la sintonia col dato
rivelato.
La nostra proposta è uno sforzo di conciliare ambedue gli aspetti. Il
lettore meditante dirà con quale successo.
Il contenuto dei vangeli è in primo piano, secondo ricerche esegetiche
aggiornate. La riflessione teologica, l'esperienza ecclesiale, l'aspetto affettivo
ed emotivo hanno il loro spazio ma non la briglia sciolta.
Non può mancare l'influsso della tradizione spirituale che impronta la
mia Famiglia Passionista, a partire dal fondatore san Paolo della Croce, insuperato
maestro in materia.
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Una parola su come abbiamo risolto qualche problema di impostazione.
"Vangelo della Passione" può avere due significati: racconto
della Passione nel vangelo, oppure tutto il vangelo considerato alla luce
della Passione. Le nostre meditazioni si riferiscono alla prima accezione.
Sia nella ricerca che nella stesura ci ha sempre pungolato un'incertezza,
e non siamo ancora sicuri di averla risolta nel modo migliore: come offrire
in modo unificato meditazioni su quattro racconti della Passione, ciascuno
dei quali reca messaggi o almeno accentuazioni diverse. Ogni narrazione include
un complesso schema di catechesi. Contiene l'annuncio della salvezza "inculturato",
cioè adattato alle esigenze della comunità destinataria.
La scelta doveva cadere sull'alternativa: o offrire quattro schemi di
meditazione, il che avrebbe appesantito il volume e implicato numerose ripetizioni;
oppure seguire la via dell'unificazione, incorrendo in inevitabili forzature.
S'è fatta la seconda opzione, cercando di evitare le forzature e rimarcando
le specificità di ogni evangelista.
Abbiamo tenuto conto delle raffinatezze esegetiche da specialisti solo
quando ci sono sembrate utili per l'approccio al mistero. In questi casi ogni
scelta può essere discutibile, ma abbiamo cercato di non cadere troppo spesso
nella tentazione tipica di chi ricerca, di dire tutto quello che scopre.
Anche le citazioni sono limitate all'essenziale, per non intralciare il
meditare. I testi biblici sono presi in genere dalla traduzione ufficiale
della Conferenza Episcopale Italiana. Ma nei casi in cui occorreva maggiore
adesione all'originale, per non lasciar cadere sfumature meditabili come fiori
pieni di miele, ci siamo serviti della "Sinossi dei Quattro Vangeli",
testo greco e italiano, di A. Poppi. Si tratta di una dozzina di casi, non
segnalati perché non serve a chi medita.
Sarebbe stato utile riportare in sinossi, all'inizio di ogni meditazione,
il testo evangelico interessato. Non l'abbiamo fatto, ancora una volta per
brevità. La preoccupazione di evitare il librone ingombrante e costoso ci
ha seguito ogni momento.
Il nome degli evangelisti è usato in sigla anche nel testo. Mt per Matteo,
Mc per Marco, Lc per Luca, Gv per Giovanni. Sinottici significa Mt Mc e Lc
insieme, quando dicono la stessa cosa. Ci si passi anche l'aver evitato l'uso
delle parentesi nelle citazioni bibliche, a causa di una certa allergia visiva.
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Infine due ISTRUZIONI PER L'USO.
1. La SCENA è il punto di meditazione. Se ne possono usare da una a tre
per ogni meditazione. Dipende dal tempo che si ha e dal frutto che si ricava.
Non aver fretta di andare avanti per vedere il seguito. Se si vuol fare questo,
si può usare il libro per lettura spirituale, ma è altra cosa. Qualora una
scena non offrisse spunto di preghiera nè di mozione interiore perché troppo
carica di nozioni o per altro motivo, si vada avanti.
2. Il METODO è necessario per cominciare, ma è ridotto al minimo, secondo
le esigenze dei tempi dinamici che viviamo. E' fatto di soli tre passaggi,
espressi dai verbi: rifletti, prega, prometti. Sono richiamati solo nella
prima meditazione di ogni capitolo, perché non ingombrino la struttura grafica.
RIFLETTI. E' il tema della meditazione. Contiene il riassunto del fatto
come memoria e ambientazione, e gli elementi esegetici e teologici che aiutano
alla comprensione in vista del frutto spirituale da trarne. Fa leva sull'uso
di memoria e intelletto, facoltà raziocinante e argomentativa.
PREGA. E' la parte più importante della meditazione. Il riflettere serve
per preparare alla preghiera, altrimenti la meditazione sarebbe solo esercitazione
dell'intelletto. Ma pregare è l'attività più delicata e personale. Nessuno
può svolgere una preghiera al posto di un altro. Perciò nel testo è ridotta
al minimo. Come dare la nota perché ciascuno canti poi per conto suo, sotto
la direzione dello Spirito. Non sentirsi condizionati al tono offerto. Talvolta
seguirlo potrebbe portare fuori dal tono personale. Ognuno deve percepire
l'onda su cui abbandonarsi all'amore che attira.
E' esercizio di volontà, affetti, cuore, adesione dell'essere alla mozione
interiore. Si consiglia di leggere meditativamente il "rifletti".
Poi verificare se il "prega", sempre corsivo, innesta la marcia
del pregare personale. Se sì, chiudere il libro e percorrere più strada possibile.
PROMETTI. E' importante concludere la meditazione con un impegno pratico,
una volta chiamato proposito. La Passione di Gesù ha la potenza di trasformare
la vita. Lo scopo del meditare la Passione è vivere la Passione. Per innescare
questo dinamismo è necessario, specie all'inizio, uno sforzo di volontà con
cui gradualmente legare la vita alla Passione. E' l'impegno di intelletto
e volontà per la decisione operativa trasfiguratrice dell'esistenza.
A chi vorrà usare questo mezzo per il nutrimento del proprio spirito auguriamo
che la Passione di Gesù entri e resti sempre nel suo cuore.
L'Autore.
ATTO I
L A C E N A
La Cena pasquale di Gesù con
i discepoli, durante la quale ha luogo l'istituzione dell'Eucaristia, presenta
nei vangeli un materiale molto complesso. I suoi contenuti esigono una trattazione
particolare. Alcuni studiosi non la considerano parte del racconto della Passione.
Tuttavia nella Cena Gesù spiega
il senso della sua Passione, ne anticipa il contenuto e stabilisce il rito
che la tramanda nei secoli in sua memoria. Quando i racconti della Passione
sono usati nella liturgia includono anche la Cena. La devozione cristiana
percepisce la Cena come parte integrante della Passione.
Noi seguiamo questa seconda
via. Consideriamo la Cena il primo Atto della Passione e vi includiamo le
scene di immediata preparazione.
I. LA MORSA SI
STRINGE
Mt 26,1-16; Mc 14,1-11; Lc 22,1-6; Gv 11,45-53 e 12,1-8
Gli evangelisti introducono
il racconto della Passione di Gesù con alcune scene che indicano l'esplodere
finale dell'opposizione. Mt e Mc incorniciano un evento di amore tra due scene
di rifiuto.
Scena prima. Il complotto formalizzato
RIFLETTI. L'avversione dei capi a Gesù,
che pervade tutto il vangelo, giunge al culmine. Formalizzano la decisione
di eliminarlo, covata da lungo tempo e già espressa diverse volte. "Si
radunarono nel palazzo del sommo sacerdote, detto Caifa, e deliberarono di
prendere Gesù con inganno e di ucciderlo. Ma dicevano: non durante la festa,
affinché non avvenga un tumulto di popolo", Mt 26,3-5. Non è chiaro il
come, ma è chiaro e determinato il che cosa. La presenza di Gesù è diventata
insopportabile. Sbarazzarsi di lui è un dovere di servizio al bene comune.
Altrettanto determinata è la decisione di Gesù di portare a compimento
la sua opera: "Sapete che tra due giorni viene la pasqua e il Figlio
dell'uomo è consegnato per essere crocifisso", Mt 26,2. Egli entra nella
sua Passione in piena lucidità e consapevolezza.
Due esigenze giungono al culmine contemporaneamente: quella dell'amore
di donarsi nella totalità; quella del rifiuto di sfogarsi fino all'annullamento
dell'ostacolo.
L'indifferenza o la presa di distanza nei confronti dei valori e dell'amore
- in fondo nei confronti di Cristo - porta pian piano a scaricarsi da ogni
legame.
PREGA. O Gesù, già appare con evidenza che il senso della tua Passione è nello
scontro tra il bene e il male, l'amore e il non amore. Non si può non prendere
posizione. Fa che io sia sempre schierato dalla tua parte.
PROMETTI. E' necessario che nella mia
vita diventi determinante il rapporto con la Passione di Gesù. Mi impegno
a meditarla regolarmente.
Scena seconda. Una morte che
profuma
A Betania, dove pernotta quando sosta a Gerusalemme, Gesù è invitato a
cena da amici. Una sconosciuta si introduce e gli cosparge il capo di profumo
prezioso. Mt Mc e Gv collegano la scena con la Passione, mentre Lc la riporta
in altro contesto - 7,36-39 - e la mette in rapporto al perdono dei peccati.
Per Gv e Lc il profumo è sparso sui piedi. Vale trecento denari, dice Gv,
per il quale a versarlo è l'amica Maria di Betania.
La sala da pranzo è invasa da un effluvio che allarga i polmoni e allunga
il respiro. Qualcuno si lamenta per lo spreco. Per Mt sono i discepoli, e
per Mc sono addirittura "infuriati". Per Gv il contestatore è Giuda.
Si poteva risparmiare per i poveri.
Gesù difende il gesto della donna con una raffica di argomenti che fa
rimanere tutti senza parole: "Lasciatela stare. Ha compiuto verso di
me un'opera buona... ungendo in anticipo il mio corpo per la sepoltura. I
poveri li avete sempre con voi... me invece non mi avete sempre. Dovunque,
in tutto il mondo, sarà annunciato il vangelo, si racconterà pure in suo ricordo
ciò che ella ha fatto", Mc 14,6-9.
Il riferimento ai poveri è una delle frasi più abusate del vangelo. Gesù
non dice che la povertà è inevitabile nella storia, quasi a pacificare la
coscienza di chi non fa il possibile per eliminarla. Proclama che la donna
ha intuito, nello Spirito, che egli sta per morire e nessuno è più povero
di un moribondo. Perciò lo "spreco" è giustificato per molte ragioni.
E' una spesa per i poveri, com'era giusto fare specie in occasione della
pasqua. Gesù in questo momento è il più povero di tutti.
E' un omaggio regale, perché ha unto il capo come si faceva ai re,
E' un atto secondo la legge, perché anticipa l'unzione dovuta al corpo
del defunto. Dopo la morte, Gesù sarà sepolto in fretta per l'imminenza della
pasqua. Non ci sarà tempo per l'unzione di rito, tanto che le donne torneranno
per compierla il mattino dopo, ma il corpo non ci sarà più.
E' un atto d'amore, perché solo questa donna intuisce quel che passa nell'intimo
di Gesù a un passo dalla morte.
E' vangelo, cioè sequela e testimonianza di Gesù. Perciò sarà raccontato
in tutto il mondo quando si annuncia il vangelo.
Ogni volta che si esprime un atto d'amore a un altro - un povero, uno
sconosciuto, un familiare - quello è vangelo. Lo si fa a Gesù. Chi lo riceve
sente che è "Buona Novella", novità della vita che scaturisce dalla
sequela di Cristo.
O Gesù, che io sappia riconoscere
i momenti di solitudine di chi mi sta vicino, per condividerli. Che io sappia
donare agli altri la comprensione che tu hai sentito nel gesto della donna
di Betania.
Nessuno dei discepoli o degli amici comunica allo stato d'animo di Gesù
nell'imminenza della morte. Solo una sconosciuta. Spesso persone non stimate
perché non cristiane o non praticanti si comportano meglio dei seguaci di
Gesù. Il bene non va mai criticato, ma sempre sostenuto e emulato.
Scena terza. Giuda l'infiltrato
Dalla scena della sequela a quella del tradimento. Mt insinua che le due
scene stiano avvenendo contemporaneamente: mentre una donna a Betania esprime
a Gesù amore e adesione, Giuda a Gerusalemme tratta con gli avversari di Gesù
per consegnarlo. "Consegnare" è la parola della Passione. Gesù l'ha
usata ogni volta che ne ha annunciato l'avverarsi e per esprimere la volontà
di abbandonarvisi.
La decisione di far fuori Gesù era stata presa. Giuda offre l'occasione
per metterla in atto. Gli evangelisti fanno capire che il denaro è una delle
motivazioni del tradimento. Per Mt si tratta di trenta sicli d'argento che
era il prezzo stabilito dalla legge per comprare uno schiavo.
Lc e Gv segnalano l'entrata in scena di satana, l'orchestratore occulto
della Passione. "Satana entrò in Giuda... che era nel numero dei Dodici",
Lc 22,3.
Rieccolo. Dopo aver tentato Gesù nel deserto all'inizio della vita pubblica
il diavolo s'era allontanato "per ritornare al tempo fissato", Lc
4,13. S'è riaffacciato diverse volte durante il ministero. Ora è il "tempo
fissato" per rientrare in campo schierando tutte le forze contro Gesù.
Comincia con ghermirgli uno degli intimi. Un commensale trasformatosi in pentito.
Una talpa o spia. Traditore è la parola della bibbia.
Gesù attende la sua "ora" per consegnarsi e dare la vita per
la salvezza del mondo. Giuda cerca l'occasione opportuna per consegnarlo.
Su Giuda si dovrà ritornare. Per ora gli evangelisti presentano gli attori
del dramma: Gesù, i discepoli, gli avversari, Giuda, satana. Tutti sono sul
palco e i fari sono accesi.
La storia umana è il racconto prolungato della Passione di Gesù. Ognuno
ha una parte e la rappresenta nell'uso o abuso della propria libertà.
Fa impressione l'unanimità degli evangelisti nell'indicare che il denaro
è un motivo determinante nel tradimento di Giuda. Il potere corruttivo del
denaro è incalcolabile. La situazione odierna della società occidentale ne
offre la conferma. Per il benessere materiale si dimenticano i valori e la
dimensione spirituale. Anche i cristiani vi svendono Gesù Cristo e il vangelo.
O Gesù, anche nel tempo in
cui vivo continua il racconto della tua Passione. Fa che io mi trovi sempre
dalla tua parte: l'amore, il distacco, il dono della vita come te e in memoria
di te.
Non farsi possedere dalle cose che si possiedono. La vicenda di Giuda
sembra lontana e insolita perché nei vangeli è presentata in modo traumatico.
Ma c'è un modo morbido di essere Giuda, che può insinuarsi negli atteggiamenti
e nelle scelte. Quando, nella vita di un cristiano, qualcosa conta più di
Cristo, il salto dalla parte di Giuda è già avvenuto o è vicino.
II. L'ULTIMA CENA
Mt 26,17-35; Mc 14,12-31; Lc 22,7-38; Gv 13,1-20
Dai racconti dei sinottici
risulta che l'ultima Cena di Gesù fu allo stesso tempo celebrazione della
pasqua ebraica e fondazione della pasqua cristiana, con l'istituzione dell'Eucaristia.
Dal racconto di Gv non appare chiara la presenza di questi due aspetti: può
darsi che Gesù abbia celebrato la pasqua ebraica in altra sede, mentre nel
suo vangelo Gv riporti il clima della cena dell'addio. Si tratta comunque
di un Atto grandioso e articolato, descritto con un grappolo di scene da meditare
una per una.
Scena prima. Il cuore stracolmo
RIFLETTI. La cena pasquale andava preparata.
Ci volevano un locale adatto, i cibi prescritti e un nucleo familiare. Per
sé e per i suoi Gesù provvede tramite la cortesia di un amico che gli mette
a disposizione una sala da pranzo, e inviando due discepoli a preparare. Per
Lc i due sono Pietro e Giovanni, mentre per Mt sono forse più di due.
In Lc è Gesù che avvia i preparativi, mentre in Mt e Mc sono i discepoli
che gliene ricordano l'urgenza. Gesù appare nel pieno controllo della situazione.
Mentre i nemici complottano e uno dei suoi distrugge l'amicizia, egli prepara
l'ultimo passo del suo cammino di amore. All'anonimo benefattore manda a dire:
"Il mio tempo è vicino; farò la pasqua da te con i miei discepoli",
Mt 26,18.
Il tempo - o l'ORA - ha numerose risonanze nel linguaggio di Gesù. Può
significare il tradimento, l'arresto, la morte, la gloria. Ma è sempre collegata
al senso di pienezza e di compimento. E' il kairos, cioè tempo in cui Dio
interviene e agisce nella storia. Passi eminenti ne sono la croce, la risurrezione
e il giudizio finale. La Cena vi è collegata, perciò è un tempo importante.
Un crocevia essenziale anche per la storia futura.
Gesù accentua la presenza dei suoi discepoli perché esprimono il legame
essenziale tra lui e l'umanità. Lc sottolinea il singolare coinvolgimento
emotivo con cui Gesù va a questo incontro a mensa: "Ho desiderato ardentemente
di mangiare questa pasqua con voi prima della mia Passione", 22,15.
Gv non descrive i preparativi, ma proietta un'altra zumata sullo stato
d'animo di Gesù in questa scena: "Gesù, sapendo che era giunta la sua
ora di passare da questo mondo al Padre, dopo avere amato i suoi che erano
nel mondo, li amò sino alla fine", 13,1.
Quel che avviene nella Cena porta l'amore di Gesù alle più vertiginose
altitudini, all'infinito proprio della sua divinità.
PREGA. O Gesù, se questa Cena è così importante per te e vuoi farla insieme con
i tuoi - con me - vuol dire che non posso farne a meno. In questo tuo gesto
d'amore c'è qualcosa di essenziale per la mia esistenza.
PROMETTI. La Cena allude alla condivisione
dell'esistenza. Dio adotta questo linguaggio per rivelare il suo progetto
di condividersi con me. Voglio essere aperto alla comprensione inesauribile
dei tesori della Cena del Signore.
Scena seconda. Lavare i piedi
significa dare la vita
Unico tra gli evangelisti, Gv racconta che Gesù lava i piedi agli apostoli
prima della Cena. Era un servizio riservato agli schiavi. Per Gesù esprime
il servizio di amore fino al dono della vita.
Per i sinottici Gesù, come culmine del suo amore, si dona in cibo e bevanda
nelle specie del pane e del vino, segno del dono della sua vita. Per Gv Gesù,
come culmine del suo amore, lava i piedi all'umanità, cioè la purifica dal
peccato immolando la sua vita per amore e risorgendo da morte.
Il movimento di morte e risurrezione è reso dai termini "depose le
vesti", v.4, e "riprese le vesti", v.12. Infatti Gesù ha usato
le stesse parole nell'affermare: "Il Padre mi ama perché io depongo la
mia vita per prenderla di nuovo. Nessuno me la toglie, ma io la depongo da
me stesso... Ho potere di deporla e ho potere di prenderla di nuovo",
Gv 10,17-18.
E' un dono gratuito che non si può ripagare. Lo si può solo accettare.
Pietro non lo capisce, come non capirà la Passione. Non gli sembra conveniente
accettare un dono che sa di non meritare e di cui non saprebbe sdebitarsi.
Lasciarsi amare fino a quel punto esige umiltà. L'Eucaristia, la salvezza
è un dono che non si merita, ma di cui non si può fare a meno. "Lo capirai
dopo", dice Gesù a Pietro. Gv lo spiegherà nell'ultimo capitolo del suo
vangelo: "Dopo" la Passione, l'esperienza drammatica della debolezza,
la ricostituzione nel perdono e le dichiarazioni di amore incondizionato,
Pietro "capirà" e sarà pronto a seguire Gesù, anche lui sino al
dono della vita.
"Anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri", conclude
Gesù. Corrisponde al "fate questo in memoria di me", che chiude
il racconto della Cena in Lc e in Paolo Apostolo, 1Cor 11,24-25.
Lc inserisce nel discorso d'addio che Gesù tiene durante la Cena il tema
della vera grandezza. Forse ha in mente problemi di rapporti nella comunità
a cui scrive. Ammonisce che tra i cristiani i criteri di grandezza o di autorità
sono all'opposto che nella società secolare. "Chi è più grande tra voi
diventi come il più piccolo e chi governa come colui che serve", 22,26.
Insegnamento in sintonia con l'Eucaristia e con la lavanda dei piedi.
Questo dinamismo di amore è misterioso. E' inconcepibile e inaccessibile,
eppure ci si chiede di riviverlo. Tutto nel contesto del dono che viene da
Gesù, ci lega tra di noi e torna a lui. Ma non ci lascia estranei. Ci coinvolge
con tutta la nostra responsabilità.
O Gesù, sentirsi sfiorati dal
tuo amore è come entrare in un mondo da capogiro. E' così in tutte le articolazioni
della tua Passione, che anticipi nell'Eucaristia. Rendimi pronto ad entrare
e restare in questo mistero d'amore finché la mia vita non ne resti trasformata.
Dire lavanda dei piedi è come dire carità, comandamento nuovo, dare la
vita, Eucaristia. Mi impegno ad attuare tutto questo, per quanto mi è possibile,
nei riguardi della persona o situazione che più mi costa di amare.
Scena terza. Il traditore smascherato
Mt e Mc aprono la Cena con la denuncia del traditore da parte di Gesù.
In Lc ciò avviene dopo l'Eucaristia e in Gv dopo la lavanda dei piedi. Tutti
segnalano che Gesù è al corrente e domina la situazione. Giuda è convinto
di tramare di nascosto, protetto dalla tenebra, ma gli evangelisti gli puntano
i riflettori in faccia.
L'annuncio arriva come una pugnalata nel momento più tenero dell'intimità.
"Uno di voi, colui che mangia con me, mi tradirà, Mc. Ecco, la mano di
colui che mi tradisce è con me, sulla tavola, Lc. Colui per il quale intingerò
il boccone", Gv.
Allarme fra i commensali. Sono tutti sotto accusa. E' possibile che uno
tradisca senza accorgersene? "Sono forse io, Signore?". Mt usa il
titolo del risorto, Signore, suggerendo che ogni cristiano deve continuamente
rivolgere questa domanda a Cristo Signore. Solo Giuda usa il titolo di rabbì:
"Rabbì, sono forse io?", a indicare che ha rotto il rapporto di
amore e di sequela col suo Signore. Ha perso la fede e l'amore. Rabbì è il
titolo che Gesù aveva detto di non usare, Mt 23,7-8.
La risposta di Gesù non dice con chiarezza chi sia il traditore. Per Gv
ne è informato solo il discepolo amato. Ma il traditore è avvertito che Gesù
sa tutto. "Tu l'hai detto". Risposta inesorabile, che Gesù userà
solo per il sommo sacerdote e per il procuratore romano. Significa: è la tua
scelta, la tua sentenza. Così è il giudizio di Dio sui singoli e sull'umanità.
Egli non ci condanna perché è amore, ma conferma le scelte della nostra libertà.
In questo caso, Giuda ha scelto di distruggere Gesù, perciò anche il senso
della propria esistenza.
Nei sinottici rispunta il mistero che pervade la bibbia e angoscia i credenti:
come conciliare la sovranità e la prescienza di Dio con la libertà umana.
"Il Figlio dell'uomo se ne va, come sta scritto di lui, ma guai a colui
dal quale il Figlio dell'uomo viene tradito; sarebbe meglio per quell'uomo
se non fosse mai nato", Mt 26,24. Giuda non è una marionetta. Ha scelto
il tradimento. Ne è responsabile.
E' tremendo tradire il Signore Gesù. L'amore non può imporre la risposta
all'amore. Una risposta forzata non sarebbe amore. Le parole di Gesù sembrano
una barriera insormontabile alla possibilità che Giuda si sia salvato, tanto
più se unite a quelle di Gv: "Nessuno di loro è andato perduto, tranne
il figlio della perdizione", 17,12.
Giuda resta impermeabile all'amore. Gesù gli ha lavato i piedi, forse
l'ha cibato del suo corpo e sangue, gli ha detto che sa tutto, lo chiamerà
amico. Niente da fare. L'amore non passa senza l'apertura della nostra libertà.
Nessuna posizione di struttura, anche ai sommi livelli, garantisce la permanenza
nell'amore.
L'insistenza degli evangelisti sul ruolo di Giuda nella Passione sembra
spietata. Non si può strappare dal vangelo questa pagina. Anche Giuda è essenziale
perché serve a capire che cos'è una vita sbagliata. Egli è l'icona del fallimento.
Dimostra il dramma dell'essere umano senza Dio. Va alla deriva. Può succedergli
di tutto, anche la disperazione.
Sono forse io, Signore? Fino
a che misura e con quale frequenza vive in me la dimensione-Giuda? Ti sto
seguendo o ti sto tradendo? Sto cercando te o altre cose? O me stesso?.
Meditare la Passione di Gesù è un mezzo per tenere vivo il legame con
lui radicato nel battesimo e nutrito dall'Eucaristia. E' la ricarica quotidiana
per tenere vivo l'impegno della mia conformazione a Cristo.
Scena quarta. Pasqua antica
e Pasqua nuova
Lc distingue meglio di tutti i due contenuti dell'ultima Cena: rito della
pasqua ebraica e inizio della pasqua cristiana con l'istituzione dell'Eucaristia.
Le parole di 22,15-18 non si riferiscono ancora all'Eucaristia, ma allo svolgimento
della pasqua ebraica. Dopo avere espresso il desiderio di consumare questa
pasqua, Gesù aggiunge: "Non la mangerò più finché essa non si compia
nel regno di Dio. E preso un calice rese grazie e disse: Prendetelo e distribuitelo
tra voi, poiché vi dico: da questo momento non berrò più del frutto della
vite, finché non venga il regno di Dio". Il calice non è ancora quello
eucaristico, che sarà consacrato al v.20, dopo il pane, v.19. Sia del mangiare
che del bere Gesù dice che si tratta dell'ultima volta quaggiù. La prossima
sarà tutt'altra cosa, nel compimento del Regno, cioè della sua morte e risurrezione.
Gesù dunque dichiara che l'antica pasqua finisce lì. Ma mentre essa scade,
egli vi innesta la nuova, la sua, che è la liberazione totale, il passaggio
definitivo, alle sponde della salvezza con l'inaugurazione del regno di Dio.
La pasqua ebraica si svolge con un cerimoniale complesso, composto di
quattordici riti principali, tra cui la condivisione di quattro coppe di vino,
ciascuna col proprio significato. Prima coppa, lavanda delle mani, assaggio
del sedano, primo pane azzimo, narrazione della pasqua, seconda coppa, secondo
pane azzimo, lattuga amara, terzo pane azzimo, agnello pasquale preceduto
dall'antipasto, prolungamento festoso della cena, terza coppa. Forse questa
terza coppa, dodicesimo rito, diventa il calice eucaristico. E' il momento
dell'impianto della nuova pasqua su quella antica. Seguono il cantico dell'Hallel,
cioè i salmi di lode 114-118 e la quarta coppa come conclusione.
Lc inoltre dà al conversare di Gesù nella Cena il ritmo di un discorso
d'addio, come più ampiamente fa Gv, ma in altro contesto. Sia nel mondo biblico
che in quello greco-romano vi sono esempi di personaggi che sul punto di scomparire
rivolgono discorsi-testamento, nei quali fanno previsioni, lasciano disposizioni
e affidano incarichi. Tutti elementi presenti nel parlare di Gesù durante
la Cena. In più egli inserisce i motivi del ritorno, della continuazione e
della vittoria. C'è di mezzo la morte ma non è la fine nè una sconfitta.
Nella Cena Gesù si sente al centro del disegno salvifico. Alla fine di
un'era e all'inizio di un'altra. Dio realizzatore del piano di Dio, e uomo
destinatario dell'amore di Dio.
Finora la Cena ricordava il passato, ora richiamerà il futuro. Non solo
il futuro imminente della morte e risurrezione, ma anche il futuro della fine
dei tempi. Difatti allora avverrà la consumazione finale della Cena che egli
sta per istituire: la mensa del regno, dove Gesù pranzerà con l'umanità. Il
nuovo gesto rituale non riporterà più il passato al presente, ma proietterà
il presente al futuro.
O Gesù, la Cena pasquale è
per te un momento culmine. Sembra già il compimento dei tuoi progetti. E'
stupendo anche solo respirare l'atmosfera che sta preparando l'evento.
Il primo frutto della meditazione sulla Passione è scoprirla presente
nell'Eucaristia, sia come sacrificio della messa che come sacramento permanente
nel tabernacolo. Segue poi il frutto di riscoprirla presente nella mia vita
e in quella degli altri.
Scena quinta. I pani e il PANE
Nei racconti dell'istituzione dell'Eucaristia l'azione si svolge nello
stesso rituale usato da Gesù nei miracoli della moltiplicazione dei pani.
Seguiamolo in Mc.
Nella Cena: "Prese il pane, pronunziata la benedizione lo spezzò
e lo diede loro dicendo", 14,22.
Nella prima moltiplicazione dei pani: "Presi i pani... pronunziò
la benedizione, spezzò... e li dava", 6,41.
Nella seconda moltiplicazione dei pani: "Presi i pani, rese grazie,
li spezzò e li diede", 8,6.
Il gesto comprende sempre le quattro azioni del prendere, benedire o rendere
grazie, spezzare e dare, anche se non tutti gli evangelisti elencano tutti
i passaggi.
Il collegamento fra gli eventi è ancora più profondo. La prima moltiplicazione
dei pani avvenne in territorio ebraico e ne avanzarono dodici sporte: segno
che Gesù è in grado di nutrire tutto Israele nelle sue dodici tribù. La seconda
moltiplicazione ebbe luogo in territorio pagano e ne avanzarono sette sporte:
segno di universalità e completezza, annuncio che Gesù nutrirà tutta l'umanità.
Ma come? Nella Cena è rivelato: dando in cibo se stesso. Le precedenti
moltiplicazioni dei pani attendevano questa dell'Eucaristia, cibo inesauribile
e universale della vita divina.
Il discorso sul pane di vita, che Gv 6 fa seguire al miracolo della moltiplicazione
dei pani, lo conferma e lo spiega. Anche Mc fa capire la serietà del collegamento
pani-Eucaristia, nel severo commento rivolto ai discepoli per la loro ottusità
dopo la prima moltiplicazione. Nella sera che segue l'evento, Gesù raggiunge
i discepoli camminando sul lago. Essi si prendono un grande spavento credendo
di vedere un fantasma. Mc commenta: "Non avevano capito il fatto dei
pani, essendo il loro cuore indurito", 6,52. Che c'entra? E' un commento
fuori posto? Tutt'altro. Non capire il senso del pane significa non capire
Gesù, non riconoscerlo più. Che cos'è camminare sul mare, o qualsiasi altro
miracolo, dinanzi alla sua vita offerta in dono come cibo? I pani e il Pane
sono i segni della missione salvifica universale di Gesù.
Mc offre analoghi approfondimenti in seguito alla seconda moltiplicazione
dei pani.
Nel pane della Cena Gesù porta a compimento tutte le altre allusioni contenute
nelle moltiplicazioni dei pani. Il senso del raduno del popolo di Dio, nutrito
anche con la parola, il perdono, e altri interventi. Il senso della compassione
di Dio che si prende cura del suo popolo oltre ogni aspettativa. Dare cibo
e nutrimento significa dare la vita.
Come la Passione così anche l'Eucaristia fa parte del progetto che Gesù
ha nel cuore sin dall'inizio. Sono tutt'uno.
O Gesù, concedimi una comprensione
sempre più piena di quello che vuoi dirmi e vuoi dire al mondo con l'Eucaristia.
L'Eucaristia è al centro della vita e della missione di Gesù. Ad essa
tendevano i suoi miracoli e insegnamenti. Deve diventare anche il centro della
mia vita. Nella misura in cui non lo è, mi impegno a realizzarlo.
Scena sesta. Il Pane, corpo
spezzato
I racconti dell'istituzione dell'Eucaristia hanno leggere differenze tra
di loro. Forse sono dovute all'uso liturgico delle comunità o alle prospettive
teologiche dei narratori.
Il primo contenuto riguarda il senso che Gesù intende dare alla sua missione
e alla sua morte imminente: nutrire, salvare, dare la vita. La vita di Gesù
è al termine. Il suo corpo sta per essere consegnato e spezzato. Proclamando
il pane suo corpo, lo rende segno della sua morte per gli altri. E' l'ultimo
annuncio della Passione e già la contiene.
I vecchi gesti della pasqua ebraica hanno ora un nuovo significato. Non
più il passaggio del mar Rosso, dalla schiavitù alla libertà nazionale, ma
il passaggio di Gesù dalla morte alla vita; il passaggio dell'umanità dalla
sudditanza al peccato all'amicizia con Dio, grazie alla forza del nuovo nutrimento.
"Prendete e mangiate; questo è il mio corpo", Mt.
"Prendete, questo è il mio corpo, Mc.
"Questo è il mio corpo che è dato per voi; fate questo in memoria
di me, Lc". Dopo aver nutrito la gente in modi diversi, Gesù ora nutre
tutti in modo nuovo: col suo corpo. Non in astratto, ma nell'atto di donare
sé stesso, come Lc esplicita nella formula. La sua morte non è senza senso,
ma ha il senso di un dono che produce energia. Cibo che sostiene. Per voi.
Lc riporta una formula più ampia. Ciò può indicare che attinge a una tradizione
liturgica analoga a quella di Paolo apostolo, 1 Cor 11,24. Indica anche che
egli scrive ad una comunità adulta, passata dalla conversione alla sequela,
che non può vivere l'Eucaristia in modo statico, ma deve coinvolgersi. "Fate
questo in memoria di me" lega saldamente la vita all'Eucaristia. Il comandamento
nuovo culmina nella capacità di dare la vita, che è quindi anch'essa comandamento
nuovo da attuare in quanto commensali di Gesù e in sua memoria. Non si tratta
soltanto di rifare il rito, ma di riesprimerne il contenuto, cioè prolungare
nell'esistenza cristiana il movimento di amore di Gesù che dà la vita per
la salvezza del mondo. In memoria di Gesù significherà improntare la vita
su Gesù con la forza dell'Eucaristia. Fare della Passione il modello di vita
delle persone e delle comunità. Vivere a livello-Gesù.
O Gesù, nell'Eucaristia hai
posto la tua vita e il tuo amore a nostra disposizione. Sei rimasto sull'altare,
sacrificio e sacramento, per accogliere lungo la storia la nostra vita a mano
a mano che si consuma per te.
Attenzione a non ridurre la mia pratica cristiana a manifestazioni sporadiche
di essa. Ci sono i cristiani di natale e di pasqua, i cristiani dei funerali
e dei pellegrinaggi. L'unico cristianesimo che conta è quello di ogni giorno,
che si ricarica all'Eucaristia ogni domenica.
Scena settima. Il vino, sangue
della nuova Alleanza
Le parole sul pane dell'ultima Cena sono collegate a quelle sui pani moltiplicati
per il nutrimento, e alludono alla morte di Gesù coi termini di corpo spezzato
e dato. Le parole sulla coppa del vino indicano la morte perché mettono insieme
i concetti di sangue e di calice. Gesù ha usato altre volte la parola calice
parlando della sua morte. Ai due fratelli Giacomo e Giovanni che chiedono
di sedere con lui nel regno risponde: "Potete bere il calice che io bevo?"
Mc 10,38. Nel Getsemani invocherà il Padre: "Se è possibile, passi da
me questo calice", Mt 26,29, cioè la morte imminente.
"Bevetene tutti, perché questo è il mio sangue dell'alleanza, versato
per molti", Mt 26,27-28. "Molti" nel linguaggio biblico significa
moltitudine o totalità. Lc dice "versato per voi".
Nella Cena pasquale ebraica, questa coppa era la terza portata di vino,
chiamata il calice del memoriale o della benedizione, e circolava tra i commensali
inghirlandata di fiori. Ricordava la presenza di Dio tra il popolo, i suoi
interventi per liberarlo dalle schiavitù, l'alleanza con cui s'era per sempre
impegnato al suo fianco. Ora Gesù chiama questo vino "sangue dell'alleanza"
o "della nuova alleanza". Immaginare lo stupore dei presenti, che
di alleanza ne conoscono una sola, intoccabile. Era nata nell'Esodo, agli
albori della storia nazionale, tante volte infranta dal popolo e tante volte
rinnovata, ma mai rimossa da parte di Dio. Ora quell'alleanza è superata.
Ce n'è una "nuova". O meglio quella si compie qui, con questo calice
che è la morte di Gesù e che contiene non più vino ma sangue. Dio non solo
è fedele ma conduce a pienezze sempre nuove. Come nella vecchia alleanza Dio
e Israele s'erano impegnati l'uno per l'altro nel sangue del sacrificio, Es
24, così in questa nuova Dio e l'umanità si legano nell'amore del sacrificio
che tra breve si consumerà sulla croce.
Mt aggiunge: "In remissione dei peccati", 26,28. Così è chiaro
il senso della morte di Gesù. E' l'atto culminante della redenzione, l'intervento
definitivo di Dio a favore dell'umanità. Non c'è più nulla da aspettare, come
sarà dimostrato dagli eventi del Calvario.
Nella Cena il linguaggio di Gesù è permeato di riferimenti biblici. Egli
è al centro in ogni senso: cosmico, cronologico, storico, metastorico, salvifico.
Nel suo amore umano-divino compie la trasvolata che parte dall'eternità, attraversa
la storia e riapproda nell'eternità coinvolgendo la creazione e specialmente
l'essere umano. Le sue parole sono le più semplici e umane, fatte della vita
di tutti i giorni: pane, vino, mangiare, bere, corpo, sangue, morte e vita;
e allo stesso tempo le più divine: benedire, ringraziare, alleanza, remissione
dei peccati, dare la vita.
O Gesù, nella Cena riveli al
completo il progetto di Dio sull'umanità. Ora è chiaro dove tutto tendeva,
fin dalle prime mosse dell'avventura del tuo rapporto con noi.
L'Eucaristia è efficace per se stessa in quanto atto di Gesù. E' però
possibile renderla in pratica inutile se manca l'impegno a raccogliere l'energia
che essa contiene e che spinge a dare la vita per gli altri. Esaminare questa
efficacia nella mia vita, mettendo a confronto la mia frequenza dell'Eucaristia
col mio impegno di carità.
Scena ottava. Eucaristia al
centro
Nella Cena Gesù rivela il senso della morte a cui sta per consegnarsi.
Il senso è che egli dona la vita, corpo e sangue, per la salvezza dell'umanità.
Salvezza significa alleanza, rapporto di amicizia e solidarietà con Dio e
tra di noi.
Tale significato è non solo rivelato, ma anche affidato a un rito che
lo tenga vivo e aperto nella comunità perché tutti vi si possano inserire.
E' L'Eucaristia.
L'Eucaristia travalica il rito che la perpetua nella storia. Infatti concludendo
la Cena Gesù commenta: "Io vi dico che da ora non berrò più di questo
frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo con voi nel regno del
Padre mio", Mt 26,29. In Lc tale commento è inserito tra le due fasi
della cena, ebraica e cristiana.
Con questa conclusione Gesù rivela ancora due cose. Prima: che egli muore,
ma questo non vuol dire che noi dovremo celebrare l'Eucaristia da soli perché
egli non c'è più. Risorto, egli presiederà di nuovo la sua cena insieme a
noi, dal regno del Padre suo. "Con voi", precisa Mt. L'Eucaristia
è sempre la sua mensa, il dono della sua vita che resta nella storia perché
noi possiamo aggiungervi il dono della nostra vita. Non si dirà più: Mangiamo
questa Cena in ricordo dell'Egitto, ma si dirà: Mangiamo questo pane e beviamo
questo vino in ricordo di Gesù, con lui che resta con noi perché riusciamo
a donare la vita per gli altri come lui.
Seconda: che l'Eucaristia finirà come rito col finire del tempo e della
storia, ma resterà come condivisione di vita e di amore con Dio e tra di noi.
L'Eucaristia è quaggiù il preludio o la prova generale del paradiso. Il paradiso
sarà il compimento dell'Eucaristia.
In sintesi, l'Eucaristia odierna si collega all'alleanza antica in quanto
la porta a compimento. Si proietta verso l'alleanza eterna, che a sua volta
ne sarà il compimento. E' senso e pienezza della vita presente in quanto esperienza
di comunione con Dio e con i fratelli. E' l'evento che non passa mai, che
è sempre in corso perché deve sostenere gli altri eventi che passano. Tutto
nasce, cresce, vive e muore, comincia e finisce. L'Eucaristia, che prolunga
nel mondo il mistero pasquale, resta e avrà compimento nell'eternità.
E' l'evento degli eventi, al quale tutti gli altri sono collegati e dal
quale ricevono pienezza di senso. Ai pagani che volevano distoglierli dall'assemblea
domenicale, i cristiani dissero sin dall'inizio: Sine Dominico esse non possumus.
Non esisteremmo senza l'Eucaristia domenicale.
E' impossibile essere cristiani senza l'Eucaristia. Avere ricevuto battesimo, cresima, matrimonio, non basta. I
sacramenti devono essere vissuti. Viverli significa confluire con la vita
ogni domenica nell'Eucaristia.
O Gesù, tu sei tutt'uno con
Dio e tutt'uno con noi. Hai portato in mezzo a noi l'amore che era solo in
Dio. Aumenta in noi fede speranza e carità perché possiamo accoglierlo e contenerlo.
Esaminarmi su come vivo gli spazi tra un'Eucaristia e l'altra. Se la vita
è coerente con l'Eucaristia dev'essere la preparazione dei doni e lo spezzarmi
in dono per gli altri. Ricordare anche l'Eucaristia sacramento, visitando
almeno spiritualmente Gesù nel tabernacolo.
Scena nona. Sequela a singhiozzo
La previsione dei fallimenti nella sequela di Gesù fa da cornice al clima
di intimità della Cena. Si è cominciato con la denuncia del traditore. Si
conclude con la predizione dell'abbandono e del rinnegamento. Strano contesto:
nel culmine dell'amore, il culmine dell'incapacità a capire l'amore perché
passa attraverso la croce.
Dopo il canto conclusivo della Cena, Gesù se ne esce bruscamente: "Voi
tutti vi scandalizzerete per causa mia in questa notte", Mt 26,21. Una
sequela alla deriva. Il naufragio dinanzi a quel che sta per succedere. La
Passione sarà lo scandalo, cioè l'ostacolo per ora insormontabile. La coerenza
di Gesù con il proprio messaggio e la sua fedeltà al Padre nell'immolare se
stesso per la salvezza del mondo sono pietra di inciampo, motivo di rottura
e di rifiuto. Tutti quelli che aspettano un messia diverso da quello che è
si scandalizzano. E' successo già ai suoi concittadini e ai farisei che non
potevano capire i suoi discorsi. Ora ci cascano anche i più intimi. Il pastore
che dà la vita per le pecore trova i discepoli talmente impreparati che si
disperdono delusi.
Sullo sfondo si intravvedono le comunità primitive alle prese con le difficoltà
della sequela di Gesù. Si coglie anche l'avvertimento per ogni cristiano:
seguire Gesù non è facile, anche se è bello. La fedeltà è un cammino tra gli
ostacoli, di cui la croce è sempre il principale. La croce, secondo Mt e Mc,
è capace di azzerare una fede vacillante. "Ma dopo la mia risurrezione
vi precederò in Galilea". La risurrezione di Gesù ricostituirà la fede.
Farà risorgere anche la sequela morta nello scandalo della Passione. Avverrà
in Galilea, che è il luogo delle esperienze più forti e delle intese più sincere.
Là sono stati chiamati e inviati in missione, istruiti e amati dal maestro.
Vi saranno rinfrancati dopo lo spavento dell'uragano della Passione.
Lc non accentua la defezione generale dei discepoli. Pur non nascondendo
la loro debolezza, li tiene sempre attorno al maestro, anche se in distanza.
Nella Cena Gesù dice loro: "Voi siete quelli che avete perseverato con
me nelle mie prove; e io ho preparato per voi un regno, come il Padre l'ha
preparato per me" 22,29.
Nella sostanza la sequela è salva anche se a singhiozzo con qualche periodo
di oscurità.
Mistero della debolezza umana e della riottosità alla croce. Purché non
ti faccia inghiottire dalla disperazione, c'è sempre possibilità di riprenderti.
O Gesù, debbo rivedere il mio
rapporto con la croce. Mentre sto entrando nella meditazione della tua Passione,
fa che ne riscopra il contenuto d'amore, l'unico che la rende comprensibile.
Scandalizzarsi della croce non significa soltanto apostasia da Cristo
o rifiuto di credere. C'è anche un livello quotidiano di scandalizzarsi della
croce che può infiltrarsi nella vita: non accettare un posto, una persona,
un imprevisto, una parola, una malattia. Mettere a fuoco la croce che più
cerco di evitare e impegnarmi a portarla con amore.
Scena decima. Pietro allergico
alla croce
Mt è l'evangelista che segue Pietro fin nei dettagli. Sempre esaltato
ma sempre inadeguato. Vuol camminare sulle acque ma poi ci affonda, riconosce
la divinità di Gesù ma poi ne è rimproverato con il titolo di satana, pensa
di allargarsi dicendosi disposto a perdonare sette volte ma Gesù gliene chiede
settanta, assicura di morire con lui ma poi lo rinnega alla prima occasione.
E' chiaro fin dalla confessione di Cesarea che il suo problema è la croce.
Quando Gesù ne parla la prima volta, lo chiama in disparte per dirgli che
non ne vuol sentire: "Dio te ne scampi, Signore", Mt 16,22.
Ora che Gesù preannunzia che tutti si scandalizzeranno, lui salta su con
un'altra bravata: "Anche se tutti si scandalizzassero di te, io non mi
scandalizzerò mai", Mt 26,33. "Con te sono pronto ad andare in prigione
e alla morte", Lc 22,33. "Darò la mia vita per te", Gv 14,37.
Gesù lo ammonisce sulla vacuità della sicumera: "Questa notte stessa,
prima che il gallo canti, mi rinnegherai tre volte", Mt 26,34. Niente
da fare: "Anche se dovessi morire con te, non ti rinnegherò", Ib
35. Pietro rifiuta l'annuncio profetico di Gesù, fidandosi più di se stesso
che di lui. Aveva tentato di mettere a tacere Gesù quando parlava di croce.
Ora è Gesù che lo invita alla cautela nel dirsi pronto alla croce. Gesù porterà
la sua fino alla fine. Pietro sarà incapace di prendere e portare la propria
per seguire Gesù, perciò lo rinnegherà.
Secondo Mt e Mc gli altri discepoli fanno coro con le millanterie di Pietro.
Ancora una volta tutti sordi al monito di Gesù sulla durezza della croce.
Invece di chiedere aiuto e misericordia.
Lc ci offre lo spiraglio per capire perché Pietro non si perderà. "Simone,
Simone, ecco satana vi ha cercato per vagliarvi come il grano; ma io ho pregato
per te, che non venga meno la tua fede; e tu, una volta ravveduto, conferma
i tuoi fratelli", 22,31-32. Non saranno le sue sbuffate a salvarlo, ma
la preghiera di Gesù. Satana, che s'è già impossessato di Giuda, tenterà di
ghermirli tutti, facendoli turbinare nell'aria come i contadini del tempo
setacciavano il grano. Egli è aggressivo e rapace, e cercherà di separare
tutti da Gesù per disperderli. Gesù torna a chiamare Pietro col vecchio nome
di Simone, forse a indicare che la sua identità è a rischio, come la fede
e la sequela. Ma contro le macchinazioni di satana resta e resiste la preghiera
di Gesù. Tutti gli uragani da lui scatenati si infrangeranno contro questa
barriera senza poterla abbattere. Pietro cadrà paurosamente ma si ravvedrà,
e sarà la pietra come Gesù ha stabilito.
Nessuno conosce i limiti della propria debolezza. Nessuno può prevedere
fino a che punto sia impreparato all'arrivo della croce nella vita. Bisogna
confidare nella preghiera di Gesù per noi e nella comunione con lui soprattutto
nel sacramento dell'Eucaristia.
O Gesù, grazie della tua preghiera
per me. E' la mia sicurezza.
I moniti di Gesù circa la durezza della croce mi obbligano a riesaminarmi
sulla virtù dell'umiltà. Le mie forze, convinzioni e capacità sono importanti
e sono un dono di Dio. Ma non bastano. Ci vuole sempre l'aiuto di Dio.
Scena undicesima. La Passione
come lotta
In Lc il racconto della Cena è inserito nel discorso d'addio di Gesù ai
discepoli. Cena e discorso terminano insieme. Nelle ultime battute, Gesù si
congeda come quando si separò dai discepoli per mandarli in missione. Anche
ora si tratta di una missione da compiere, anzi è l'epilogo della stessa.
Predicare il regno di Dio è sempre difficile perché comporta lo scontro con
l'opposizione, che è il regno di satana. Ma mentre in passato non occorreva
portare nulla perché bastava la potenza della parola e Gesù era sempre a fianco,
"Ora chi ha una borsa la prenda...; chi non ha spada ne compri una"
22,36.
Con questo comando Gesù avverte che sta scoccando l'ora dello scontro
decisivo con le forze del male. Conferma che satana sta per vagliarli come
il grano. Per questo epilogo occorre una speciale attrezzatura difensiva.
Gesù sarà tolto di mezzo, la parola sarà azzittita e la tenebra avvolgerà
tutto.
La borsa, la bisaccia, il mantello e la spada hanno senso simbolico. Più
tardi infatti Gesù impedirà l'uso della spada vera, e qui tronca il discorso
con un "basta" colmo di amarezza per l'incomprensione che si prolunga.
Nel suo vangelo Lc parla di spada sempre in senso figurato, in genere per
indicare dolore o divisione. A Maria madre di Gesù il profeta Simeone aveva
predetto nel tempio che una spada le avrebbe trapassato l'anima, 2,35. Di
sé Gesù ha affermato di essere venuto per portare non la pace ma la spada,
parola che Lc sostituisce con "divisione", 12,51.
Terminando la Cena Gesù cerca ancora di rendere consapevoli i suoi del
conflitto immane che sta per aver luogo. Esso farà soffrire, tenderà a dividere
e a lacerare. Occorre essere armati, cioè equipaggiati in modo adeguato.
Ancora una sciabolata di luce sull'effetto della Passione in coloro che
ne saranno coinvolti rischiando di restare travolti.
O Gesù, mi rendo conto che
per la Passione e la croce non si è mai pronti abbastanza. Aiutami a far sì
che, seguendoti, io mi ci prepari sempre meglio.
Al termine della Cena posso aver già abbastanza luce per comprendere fin
dove arriva l'amore di Gesù per me. Che ne è del mio per lui?
ATTO II
I L G E T S E M A N I
Alcuni esegeti fanno iniziare
il racconto della Passione di Gesù dal Getsemani, partendo dall'arresto. Escluderebbero
quindi la preghiera e la lotta di Gesù prima di consegnarsi al potere delle
tenebre.
Ancora una volta noi seguiamo
l'esempio della liturgia e della tradizione. Consideriamo il tema dell'orazione
di Gesù nell'orto del Getsemani uno dei più fruttuosi per la meditazione.
L'atto comprende due parti:
la preghiera e l'arresto.
I. LA PREGHIERA
Mt 26,36-46; Mc 14,32-42; Lc 22,39-46; Gv 18,1
Scena prima. Solitudine nella
compagnia
RIFLETTI. Lo scenario si sposta dal
Cenacolo al Getsemani, o frantoio per le ulive, sul pendio occidentale del
Monte degli Ulivi. E' un orto o giardino dove Gesù è solito appartarsi per
pregare quando soggiorna a Gerusalemme.
Lc annota che "anche i discepoli lo seguirono", 22,39, senza
ulteriori distinzioni. Egli imposta la scena come una lezione sulla preghiera,
perciò il maestro va e i discepoli seguono per imparare. Conclusa la lezione
nel Cenacolo, ora inizia quella nell'orto. Anche in Gv i discepoli seguono
Gesù nel giardino, ma la scena della preghiera non è raccontata.
In Mt e Mc Gesù entra con l'intero gruppo, ma ne sceglie tre perché lo
assistano più da vicino. Sono Pietro, Giacomo e Giovanni, che hanno particolari
vincoli col maestro. Sono stati scelti tra i primi, hanno assistito alla trasfigurazione
e alla risurrezione della figlia di Giairo, hanno avuto problemi col discorso
della croce, hanno ascoltato insieme ad Andrea il discorso finale di Gesù
concluso con l'avviso: "Vigilate", Mc 13,37. Non si sa il perché
di questa preferenza. Forse per completare nei tre l'esperienza di gloria
che avevano avuto accanto a Gesù con quella della fragilità e del dolore.
Forse anche per il bisogno umano di compagnia nel momento della tragedia.
Certamente la preoccupazione di spronarli perché siano pronti dinanzi alla
prova che incombe. Mt favorisce l'interpretazione del bisogno di vicinanza:
"Restate qui e vegliate con me", 26,38. Più tardi lamenterà: "Non
siete stati capaci di vegliare un'ora sola con me", 26,40. Dall'inizio
della Passione, l'esigenza di essere con i suoi è tornata diverse volte sulle
labbra di Gesù. Celebrare la pasqua "coi miei discepoli", 26,18;
bere o mangiare di nuovo "con voi nel regno del Padre mio", Id 29.
Sembra che non possa fare a meno dei suoi, che non riesca a pregare senza
di loro.
Mentre Gesù sente la necessità di essere con loro, essi non rispondono
con altrettanto bisogno di essere con lui. Sia i tre che il resto del gruppo
non veglieranno ma si addormenteranno. Gesù non avrà alcun sollievo dai suoi
intimi. Certe compagnie rendono più soli che la solitudine. D'altra parte
nella solitudine ci si può sentire in compagnia di tutto il mondo che uno
ama. Per Gesù è certamente così.
Il sonno dei discepoli nel Getsemani non indica tanto la loro incapacità
di fare compagnia a Gesù, ma la mancanza di vigilanza nei momenti decisivi
della salvezza. Questo è il vero rischio di ogni essere umano. E' la drammatica
tentazione, come Gesù la chiamerà tra breve.
PREGA. O Gesù, liberami dal rischio di addormentarmi spiritualmente. Se non sento
il bisogno della preghiera, se ho perso il senso del peccato, se non mi impegno
per il bene quanto più mi è possibile, questo è già avvenuto.
PROMETTI. Il Getsemani ricorda anche
la coerenza con le scelte. Se si è scelto di stare con Gesù non si può dormire,
cioè condurre una vita disimpegnata come se non si appartenesse a nessuno.
Fare compagnia a Gesù significa impostare la vita sui suoi valori.
Scena seconda. La preghiera
Secondo Mt e Mc Gesù inizia la preghiera in stato di estrema prostrazione
fisica e psichica. "Cominciò a provare tristezza e angoscia... . La mia
anima è triste fino alla morte... . Si prostrò con la faccia a terra",
Mt 26,37-39.
"Cominciò a sentire paura e angoscia... . Si gettò a terra",
Mc 14,33.35.
Lc esprime lo stato d'animo di Gesù in termini più tenui. Egli prega "in
ginocchio", 22,41. Ma la sua tensione interiore è indicata con la parola
"agonia", cioè lotta suprema di tutto l'essere. Purtroppo la traduzione
ufficiale italiana ha eliminato questa parola, sostituendola con angoscia,
facendo così perdere un contenuto importante sia nel testo che nella devozione.
I sinottici precisano che la preghiera è ripetuta e insistita. Mt e Mc
dicono per tre volte, segno di realtà perfetta. Lc dice che "pregava
più intensamente", 22,24. Solo Mt ne riporta due formulazioni diverse:
"Padre mio, se è possibile, passi da me questo calice! Però non come
voglio io, ma come vuoi tu!", 22,39. "Padre mio, se questo calice
non può passare da me senza che io lo beva, sia fatta la tua volontà",
22,42. La terza volta ripete le stesse parole. La differenza tra la prima
e la seconda formulazione fa trasparire il progresso dell'adattamento psicologico
della volontà umana all'evento sgradevole e repulsivo della morte.
Gv non tratta della preghiera del Getsemani, ma echi del suo contenuto
sono in 12,27-29, al momento della glorificazione di Gesù da una voce dal
cielo: "Ora l'anima mia è turbata; e che devo dire? Padre salvami da
quest'ora? Ma per questo sono giunto a quest'ora! Padre, glorifica il tuo
nome".
Lo scenario di questa preghiera è uno dei più toccanti della Passione.
E' impossibile sondare gli abissi umano-divini del pregare di Gesù. Esprime
il suo rapporto unico con il Padre mentre trattano della missione unica del
verbo incarnato di salvare il mondo. Il colloquio si apre col gemito al Padre,
titolo che Gesù può usare in modo ineguagliabile. Mt lo adopera di preferenza,
fino a cinquantatré volte. In Mc diventa Abbà, come papà, diminutivo di Ab,
termine di intimità familiare e di abbandono infantile, ma anche di obbedienza
e riverenza.
La petizione contiene due oggetti, l'uno subordinato all'altro: che il
calice sia evitato, ma che la volontà del Padre si compia. Il calice significa
la morte. Che cosa è successo? Lui così innamorato del Padre, che sempre ha
cercato e esaltato la sua volontà fino a farne il proprio cibo, che ha desiderato
il calice e la Cena come occasione per esprimere al massimo il suo amore al
Padre e all'umanità, ora è precipitato nella paura e nell'angoscia, tremante,
prostrato, faccia a terra.
Il contrasto non è tra la volontà umana e quella divina, ma tra la volontà
umana e l'emotività umana assunta da Gesù. Questa trema e reagisce perché
le è tolto il bene della vita. I mistici hanno spiegato questa fragilità con
la visione del peccato del mondo, talmente enorme e oppressivo da stroncare
ogni resistenza umana. Può darsi. Anche l'esperienza dei santi è una fonte
per comprendere la parola di Dio.
Gli evangelisti vedono piuttosto in Gesù il Giusto di Israele che confida
in Dio anche con preghiera di lamentazione, nel momento più drammatico che
possa capitare: tradimento degli amici, sopravvento dei nemici, agguato della
morte senza scampo. Dio resta l'unico rifugio.
Gesù è uomo. Non conosciamo tutte le conseguenze della sua somiglianza
con noi. Qualche codice antico ha tralasciato questo racconto come non conveniente
al Figlio di Dio. Ma esso è qui, a ricordarci quanto sia terribile morire,
e come la preghiera possa rendere accettabile anche la morte.
O Gesù, grazie d'essere sceso
così in fondo negli abissi della nostra debolezza e di averci insegnato che
la preghiera può farci risalire da ogni sprofondo.
Esaminarmi se nella preghiera di petizione chiedo sempre a Dio due cose:
la grazia o l'aiuto di cui ho bisogno e la volontà del Padre. La prima subordinata
alla seconda.
Scena terza. La tentazione
All'impegno di Gesù nella preghiera fa da contrasto l'estraneità dei discepoli
che dormono. Non c'è verso di svegliarli. In Mt e Mc le tre ondate della preghiera
di Gesù sono intercalate da tre visite agli amici lasciati a un tiro di sasso.
Non tanto in cerca di consolazione, ma per continuare ad avvertirli sulla
prova che sta per squassarli. Non si sveglieranno mai. Quanto perfetta è la
preghiera di Gesù, altrettanto è totale il fallimento dei discepoli. Non esistono
più come discepoli. Il legame con Gesù s'è spezzato. Il seguito della Passione
ne sarà la conferma.
Lc cerca di scusarli: "Dormivano per la tristezza", 22,45. Mc
infierisce: "I loro occhi si erano appesantiti e non sapevano cosa rispondergli",
14,40. I sinottici concordano sull'intenzione di Gesù di tenere preparati
i discepoli: "Vegliate e pregate per non entrare in tentazione".
Lc ripete l'avvertimento sia all'inizio che alla fine della preghiera di Gesù.
Mt e Mc motivano ulteriormente l'urgenza: "Lo spirito è pronto, ma la
carne è debole". Spirito e carne non indicano le componenti dell'essere
umano come anima e corpo, ma le due tendenze contrapposte e in lotta nell'intimo
di ognuno, e sottoposte all'influsso della tentazione. Senza preghiera non
si riesce a prevalere nella lotta tra lo spirito e la carne. La tentazione
è capeggiata da satana. Da soli siamo impari contro di lui.
I discepoli non sono cattivi o miscredenti, ma indifesi, in balia della
tentazione che sta per arrivare e che ha già riafferrato Gesù. Anche nel Getsemani
il tema della tentazione fa da contrappeso a quello della volontà del Padre.
Sulla strada della volontà di Dio satana sta sempre in mezzo per provocare
l'incidente. Gesù ce ne ha messi in guardia anche nella preghiera del Padre
Nostro.
Satana ha provato a fermare Gesù con le tentazioni del deserto. Lc ha
preannunciato che sarebbe tornato all'attacco. Il ritorno è soprattutto nella
Passione. E' già addosso a Giuda, ma è anche qui, su Gesù impaurito e angosciato
dinanzi alla morte. Tra breve si tufferà sui discepoli e li sparpaglierà come
pula, perché non hanno pregato.
La tentazione contro la volontà di Dio significa tentazione a fuggire
la croce. Per Gesù, per gli apostoli, per tutti. In qualunque forma si presenti
o qualunque aspetto della vita attacchi, consiste sempre nel dissuadere dal
seguire Gesù portando la croce dietro di lui. Volontà di Dio è la croce in
quanto progetto di amore fino al dono della vita. Tentazione è sfuggire a
questo progetto per realizzare quello alternativo di egoismo e di autogestione
idolatrica. Preghiera è il mezzo per andare dritti nel senso della volontà
del Padre vincendo ogni tentazione. Senza preghiera si è come una nave senza
ancora o come una tenda senza picchetti.
O Gesù, "lo spirito è
pronto e la carne è debole" è diventato un proverbio che ripetiamo per
giustificare le situazioni. Tu invece volevi insegnarci a risolverle fortificando
anche la carne con la preghiera. La carne era debole anche in te.
Esaminare la mia stima e pratica della preghiera. La salvezza passa per
quella strada. Non si può trascurare. Solo chi prega si salva. E' la spina
innestata sulla presa dell'energia divina.
Scena quarta. L'agonia
La preghiera di Gesù nel Getsemani ha un momento culminante. Lc lo indica
segnalando l'intervento di un angelo a confortare Gesù. "Giunto all'agonia"
o "entrato in agonia" Gesù "pregava più intensamente".
L'accorrere dell'angelo fa capire che il momento è eccezionale. L'angelo
è sempre portatore di annunci: che Gesù è concepito, nasce, risorge. Quale
sarà l'annuncio di questo momento?.
I concetti di agonia e di intensità nella preghiera dicono che Gesù è
al massimo della tensione psichica e al limite della resistenza fisica. Agonia
significa infatti lotta, fase suprema del combattimento che può terminare
con la morte. Ma in genere denota la vittoria di un atleta o di un guerriero.
Con chi sta lottando Gesù? Con satana, con la morte, con la volontà del
Padre, con il peccato del mondo, con i bisogni dell'umanità da salvare? Quale
sarà la sua esperienza interiore in questo momento?
Eb 5,7-8 ci informa che Gesù "offrì preghiere e suppliche con forti
grida e lacrime" e che "pur essendo figlio imparò tuttavia l'obbedienza
dalle cose che patì".
Parole, grida e lacrime erano le forme della preghiera di ogni pio israelita.
Gesù le avrà usate di frequente nella sua vita. Forse anche nel Getsemani.
Ma come "imparò l'obbedienza dalle cose che patì?". Forse l'esperienza
del Getsemani è il momento in cui l'uomo Gesù "impara", cioè si
rende conto nel modo più crudo e completo della situazione disastrosa prodotta
dal peccato sull'essere umano. A proprie spese, "dalle cose che patì",
solo dinanzi alla morte, "capisce" quanto sia difficile per ognuno
di noi accettare la morte, fare la volontà di Dio, resistere agli assalti
di satana, pregare per implorare la forza dall'alto. Comprende quanto è arduo
per noi fare certe scelte, dire i nostri sì dinanzi alla croce. Com'è difficile
la fede, a volte quasi impossibile.
Impara l'obbedienza. Concorda con il Padre, nella logica dell'amore, che
è giusto andare a morire per noi. Così resta accanto agli infiniti getsemani
della vita umana, e quando ciascuno di noi ci si trova egli può sempre dire:
Ci sono anch'io. Io ci sono stato.
In questa adesione Gesù spende tutte le energie del suo essere umano,
anima e corpo. "Il suo sudore diventò come gocce di sangue che cadevano
a terra". L'immaginazione devota ha forse ingrandito l'importanza fisica
di questo rilievo dell'evangelista medico. Ma l'ipotesi scientifica odierna
ce ne offre una prospettiva ancor più drammatica. Non si dice che Gesù abbia
sudato vero sangue, ma che si trattò di sudore "come" gocce di sangue.
Qualche valutazione medica sostiene oggi che Gesù nel Getsemani abbia subito
un infarto cardiaco. Lc, non avendo le nostre conoscenze scientifiche nè la
corrispondente terminologia, avrebbe descritto così il tipico sudore freddo
e lancinante dell'infartuato. Ciò spiegherebbe la debolezza successiva di
Gesù e la sua rapida morte sul Calvario.
O Gesù, grazie della tua solidarietà
con me, per essermi vicino in tutti i miei getsemani. Tu da solo perché io
non sia mai solo. Tu appostato in tutti i getsemani umani per incontrarci
quando anche noi dobbiamo passarci.
Esaminare le mie reazioni e comportamenti nelle situazioni difficili:
rapporti, servizi o scelte da fare, malattie. Spesso mi agito in tutti i modi
per risolverli. Le penso tutte e ricorro a tutti, magari anche ai maghi. E
dimentico di rivolgermi a Dio con la preghiera.
Scena quinta. La vittoria
La preghiera ha prodotto il suo risultato. Finito di pregare, Gesù è pronto
per affrontare la Passione e la morte. "Ecco, è giunta l'ora nella quale
il Figlio dell'uomo è consegnato in mano ai peccatori. Alzatevi, andiamo:
ecco colui che mi tradisce si avvicina", Mt 26,45-46.
La preghiera è stata esaudita. Non che il calice passi, ma che egli abbia
la forza di berlo. La volontà del Padre sarà fatta in piena armonia tra il
Padre e il Figlio. La preghiera ha reso Gesù vigilante e forte su ogni tentazione.
E i discepoli? Saranno in balia di satana, ma la preghiera di Gesù li
riacciufferà, come Lc garantisce.
Per l'ultima volta Gesù annuncia la sua Passione come consegna ai peccatori.
Essa sta per ingoiarlo. Sussultano già tra gli ulivi le fiaccole e tinniscono
le sciabole degli arrestatori guidati da Giuda.
Mt e Mc richiamano di nuovo l'attenzione sulla centralità del momento.
"Ecco è giunta l'ora" Mt; "E' venuta l'ora" Mc. Gesù ha
chiamato sua "ora" anche la Cena, perché in essa ha anticipato la
sua Passione. Adesso chiama sua ora il momento dell'arresto e ci chiamerà
anche l'atto della cattura, Lc 22,53. L'ora - il kairos - scocca nell'orto
degli ulivi.
Nei sinottici l'ora di Gesù è quella della morte, il culmine della sua
missione. In Gv l'ora è quella della glorificazione. Ma si tratta sempre della
Passione. Sia per Gesù che per noi, l'ora è sempre quando si compie la volontà
del Padre. Essa ha un compimento finale, ma ha anche realizzazioni parziali
nel corso della vita. Perciò si può parlare di ora di Gesù nella Cena, nel
Getsemani, nei processi, sul Calvario, nella risurrezione, nella manifestazione
gloriosa alla fine del mondo.
Il Getsemani è sempre un'ora determinante dell'esistenza umana. Indica
le situazioni-limite, i momenti chiave, i crocevia della vita. Là dove ognuno
può essere bloccato dalla tentazione o uscire dall'agonia pronto a dare la
vita. Non fa nulla se la debolezza umana si manifesta in tutta la sua evidenza,
com'è accaduto a Gesù. L'importante è pregare per non soccombere. Non occorre
che la preghiera sia logica. Basta che sia umana, com'era la lamentazione
ebraica, fatta anche solo di grida inarticolate e di balbettii. E' umana la
ricerca di conforto e la paura della morte. Ciò che deve preoccupare è il
sonno. Chi dorme nel Getsemani non è mai pronto per la croce.
O Gesù, fa che nel gestire
la mia vita, soprattutto le mie scelte, io resti sempre nella traiettoria
dell'"ora" che mi conduce al compimento del mio destino secondo
Dio.
Prendere coscienza che tutti i momenti della vita - fatti che accadono,
persone che s'incontrano - possono essere l'ora in cui Dio chiama e salva,
vuol coinvolgere nel suo piano di salvezza.
II. L'ARRESTO
Mt 26,47-56; Mc 14,43-52; Lc 22,47-53; Gv 18,2-11
Scena prima. Il bacio dell'impostore
RIFLETTI. L'arresto di Gesù non è un
punto secondario o di collegamento, ma è importante come tutte le altre fasi
della Passione. In tutti i drammi di violenza e di morte, comprese le storie
dei martiri, il momento dell'arresto è cruciale, talvolta più risolutivo della
stessa esecuzione. La preda è afferrata o il pericolo è cessato, con la possibile
collaborazione di spie o pentiti. Pensare ai sequestri nelle guerre etniche
o nelle cronache terroristiche, con le porte sfondate nella notte o le auto
che sfrecciano sgommando sulla strada. Sono tra i punti forti della letteratura
poliziesca e delle rispettive traduzioni televisive e cinematografiche. Anche
l'arresto di Gesù reca simili risvolti emotivi.
I sinottici saldano la fase della preghiera con quella dell'arresto. Mentre
Gesù sta ancora parlando per scuotere i discepoli addormentati, riappare quello
dei dodici che ha tessuto la trama. Tutti parlano del segnale del bacio, ma
in Lc sembra che Gesù non permetta di attuarlo. "Si accostò a Gesù per
baciarlo", ma il maestro gli sventa il piano facendo capire che non è
una sorpresa: "Con un bacio tradisci il Figlio dell'uomo?", 27,47-48.
In Mt invece Giuda raggiunge il volto di Gesù, commentando il bacio con il
saluto della freddezza e della distanza: "Salve, Rabbì", 26,49.
Come nella Cena, non lo chiama nè maestro nè Signore, che indicano anche legame
affettivo. Gesù risponde rilanciando l'amicizia: "Amico, per questo sei
qui!", 26,50. Risposta oscura. Può significare: Sei proprio convinto
di quello che fai, tradirmi con un bacio! Poteva essere un gesto di normale
saluto tra maestro e discepolo. Vi sono casi simili nella bibbia. Ma com'è
possibile usare questo segno di affetto e di vita come segnale di morte? Non
sorpresa, solo amarezza.
Gv non accenna al bacio infido, ma illustra il tradimento a tinte forti
fin dal discorso sul pane di vita: "Uno di voi è un diavolo", 6,70.
Nell'unzione di Betania, così commenta il lamento di Giuda sullo spreco: "Non
perché gli importasse dei poveri, ma perché era ladro e, siccome teneva la
cassa, prendeva quello che vi si metteva dentro", 12,6. Nel lavare i
piedi agli apostoli, Gesù puntualizza che sono mondi, "ma non tutti",
13,10. Nella Cena Gv denuncia la presenza del traditore come una bruttura
insopportabile: "Già il diavolo aveva messo in cuore a Giuda di tradirlo",
13,2. "Uno di voi mi tradirà", 13,18-19.21. E richiesto di essere
più preciso Gesù lo addita: "E' colui per il quale intingerò il boccone
e glielo darò", 13,26. Dall'uso dei termini, qualcuno desume che il boccone
sia stato l'Eucaristia. Il che, oltre a rivelare il massimo di amore, può
rivelare anche l'estrema rottura. Infatti Paolo apostolo dirà che chi la mangia
senza riconoscervi il Signore, "mangia e beve la propria condanna",
1Cor 11,29.
Tranne Mt, che lo seguirà sino alla fine, gli evangelisti abbandonano
Giuda a questo punto. Identificato con la tenebra della notte e del male.
Marionetta nelle mani di satana.
PREGA. O Gesù, mi preoccupo troppo del peccato dei peccatori e trascuro il peccato
degli amici. Credenti, praticanti, ministri che non amano abbastanza o non
irradiano il bene.
IMPEGNATI. Vigilare sull'inquinamento
della finzione nei rapporti con gli altri. Con Dio è inutile, ma col prossimo
può diventare uno stile di vita. Si può tradire ridendo e baciando. Si può
ferire con disinvoltura e naturalezza, non sentendo o fingendo di non sentire.
Scena seconda. Non un agguato
ma una consegna
All'improvviso l'orto degli Ulivi si popola di presenze insolite. Quanta
gente? Quanto è realtà e quanto è simbolismo nei racconti degli evangelisti?.
C'è un destino misterioso su questo lembo geografico dirimpetto a Gerusalemme,
da cui al tramonto si gode una visione mozzafiato del tempio e della città.
Secondo la bibbia qui si rifugiò Davide sconsolato per la rivolta di Assalonne
e per il tradimento del suo consigliere Achitofel. Da qui Gesù salirà al cielo
e tornerà nella gloria. Qui Dio radunerà l'umanità per il giudizio universale.
L'"ora" della preghiera e dell'arresto di Gesù lo rendono ancora
più significativo.
In questa notte chissà se rischiarata dalla luna vi affluiscono gli arrestatori
di Gesù. "Una gran folla con spade e bastoni", Mt e Mc. "Una
turba di gente" tra cui "sommi sacerdoti, capi delle guardie del
tempio e anziani", Lc 22,47.52. "Giuda dunque, avendo presa la coorte
e guardie dai gran sacerdoti e dai farisei, viene là con lanterne e fiaccole
e armi", Gv 18,3.
Ogni narratore dispone gli avversari secondo il grado di aggressività
e di rifiuto verso Gesù che vuole esprimere. Folla anonima e imprecisata per
Mt e Mc. Inclusi i capi supremi della nazione ebraica per Lc. Addirittura
la milizia ebraica insieme con quella romana per Gv, il quale segnala anche
le fiaccole che contrastano con la notte. La coorte romana era un decimo dei
seimila soldati della legione, quindi seicento persone. Anche a voler intendere
un manipolo, duecento soldati, è sempre un'esagerazione. Forse Pilato ha acconsentito
all'arresto di Gesù e ha mandato le sue truppe di rinforzo. Più le guardie
della milizia giudaica a servizio del tempio. Sembra l'espugnazione di una
città.
Anche se questo schieramento è improbabile sotto il profilo storico, esprime
però in modo eloquente l'accecamento del rifiuto. Opporsi all'amore è sempre
tragico e ridicolo insieme. L'ironia domina la situazione, come Gesù sottolinea:
"Siete usciti come contro un brigante, con spade e bastoni, per catturarmi.
Ogni giorno stavo seduto nel tempio ad insegnare e non mi avete arrestato",
Mt 26,55.
Sedere nel tempio significava insegnare con autorità come i rabbini. L'avversione
covava, ma non osava scatenarsi per paura del popolo che seguiva Gesù. Ora
è possibile, grazie al traditore e alla protezione delle tenebre.
Come agguato non è un capolavoro. Vanno per rapirlo e sta lì ad aspettarli,
sapendo già tutto. Vanno con un esercito e non trovano ad opporsi nemmeno
le guardie del corpo. I lettori del Vangelo esigevano una spiegazione a questa
passività di Gesù. Eccola: l'adempimento delle scritture, l'ora delle tenebre,
il libero abbandonarsi alla morte per amore da parte di Gesù.
O Gesù, le forze del male hanno
sempre bisogno di esagerazione, di coreografia, per dare impressione di essere
potenti. Il bene invece spesso appare quasi inesistente. Eppure il bene è
la forza che conta. Come te nell'ora delle tenebre.
Non serve resistere al male col male. Il male è sconfitto, muore, quando
sfogandosi trova la sola resistenza dell'amore. E' l'essenza della Passione
di Gesù. Occorre entrare subito in questa atmosfera.
Scena terza. Conflitto continuo
Il vangelo di Gv è la narrazione di un processo ininterrotto contro Gesù.
Diverse volte gli avversari pronunciano anche la sentenza di morte e raccolgono
le pietre per lapidarlo, ma non osano farlo per la paura della gente che lo
appoggia. Inoltre egli tiene sempre testa ai loro argomenti incriminatori.
Il momento dell'arresto è l'occasione per un'altra puntata della polemica.
Gv prepara con cura il confronto, sempre col suo gusto dei contrasti. Da una
parte Gesù col suo piccolo gruppo. Dall'altra gli oppositori: Giuda, il potere
ebraico coi suoi capi, il potere romano col suo esercito.
Disarmato e sicuro di sé, Gesù trasmette un brivido di ansioso stupore
al solo presentarsi. "Conoscendo tutto quello che gli doveva accadere,
si fece innanzi e disse loro: chi cercate?. Gli risposero: Gesù, il Nazareno.
Disse loro: sono io!... . Appena disse sono io, indietreggiarono e caddero
a terra", 18,4-6. Anche Giuda a terra insieme agli altri. Nessuno schieramento
di forze, per quanto imponente, può opporsi al potere dell'amore di Gesù.
Il potere delle tenebre svigorisce dinanzi all'amore di Dio, anche quando
sembra vincere.
Gesù proclama la propria identità usando il nome biblico di Dio: Sono
Io, oppure Io Sono. Gv anticipa a questo punto ciò che Mc rimanda al Calvario:
la rivelazione dell'identità di Gesù. L'arresto è già un momento culminante
di rivelazione.
E' bello il rivelarsi di Gesù a chi accetta il suo amore, ma dev'essere
tremendo il suo rivelarsi a chi lo rifiuta. Non basta ripudiarlo per mettersi
a riparo dalla sua esistenza e dal suo richiamo. Gesù ripete la domanda per
sistemare un'altra faccenda prima di consegnarsi. Non devono fare più danno
di quanto consentito: "Se cercate me, lasciate che questi se ne vadano",
18,9. Egli è pronto alla prova perché ha pregato. In Gv la preghiera si è
svolta nel Cenacolo, nello stupendo colloquio col Padre di Gv 17. Questi invece
hanno dormito. Messi alla prova potrebbero apostatare e tradire. Non sono
ancora pronti per essere martiri. Ha chiesto e promesso al Padre che nessun
altro dei suoi si perderà. La preghiera diventa ora anche intervento strategico,
patteggiamento col potere perché non abusi oltre il limite. L'amore per gli
altri non deve limitarsi alla preghiera, pur essendo questa essenziale.
O Gesù, grazie d'avermi rivelato
che l'amore vince sempre, anche quando è rifiutato. Non perché fa stramazzare
a terra, ma perché è la potenza di Dio.
Quando si è rifiutati o non riconosciuti, non preoccuparsi a rivendicare
rispetto o a difendersi da accuse. Preoccuparsi solo di continuare ad amare.
Scena quarta. Alt alla violenza
Qualcuno prova a difendere Gesù con le armi. Salta un orecchio del servo
del sommo sacerdote. Per Mc il colpo è menato da "uno dei presenti",
insinuando che potrebbe trattarsi di uno degli aggressori nel tafferuglio
provocato dalla controffensiva. Mt però chiarisce che è "uno di quelli
che erano con Gesù". Gv gli dà il nome: è "Simon Pietro, che aveva
una spada" e la usa con la sua solita irruenza. Dà il nome anche al malcapitato,
Malco. Lc e Gv riferiscono che l'orecchio reciso è quello destro. La precisazione
fa sospettare che si tratti di una mutilazione legalmente grave, che poteva
rendere inabili al servizio nel tempio. Il risanamento fatto da Gesù può essere
un gesto di reintegrazione sociale.
Gesù disapprova l'uso delle armi citando un proverbio corrente: "Rimetti
la spada nel fodero, perché tutti quelli che mettono mano alla spada periranno
di spada", Mt 26,52. Non è passività, ma coerenza con l'insegnamento
sulla non violenza e sul perdono. La violenza apre reazioni a catena che non
si fermano più. Gesù ha già denunciato la violenza inutile degli attaccanti,
figurarsi se possa difendere la violenza degli attaccati. Egli è contro ogni
violenza, sia di chi offende e di chi difende. Rifiuta i metodi e i valori
del mondo dominato dal peccato.
E' l'ultimo insegnamento di Gesù libero. Anzi, secondo i sinottici è già
braccato dai nemici, ma non ancora portato via. Ammanettato e incatenato è
come se stesse ancora in cattedra, "seduto nel tempio", a confermare
la tematica della non violenza, d'accordo con il discorso della montagna.
Non è una tattica sociale, ma un'esigenza del comandamento nuovo. Si illudono
di averlo in mano e di renderlo innocuo, ma egli è ancora "rivoluzionario".
Il gesto di riattaccare l'orecchio conferma le parole. La violenza va
non solo evitata, ma anche riparata. Se non la si arresta subito, non è più
possibile nè evitarla nè ripararla.
In Gv Gesù dimostra che potrebbe difendersi da solo. In Mt avanza l'ipotesi
dell'appoggio del Padre, che potrebbe mandargli "dodici legioni di angeli".
Il Padre può provvedere al suo Figlio meglio di ogni altro. Ma la volontà
del Padre, già disseminata nelle scritture, chiama per altre vie. "Non
devo forse bere il calice che il Padre mi ha dato?", Gv 18,11.
La salvezza non può camminare coi mezzi umani. Può usarli, ma solo se
si adattano ad esprimere l'amore di Dio. La violenza non potrà mai farlo.
L'umanità deve comprenderlo per realizzare qualsiasi livello di crescita.
O Gesù, il tuo amore è l'energia
più potente di ogni violenza.
La violenza può distruggere la vita spirituale come l'impurità o l'orgoglio.
Si annida anche nel cuore dei cosiddetti "buoni" ed è forte come
quella che provoca le stragi e le guerre. Ferite che non si guariscono, perdono
che non si vuol dare o chiedere. Bisogna sradicare per tempo ogni segno.
Scena quinta. L'icona della
Passione
Al termine dello scenario del Getsemani Gesù è solo in mano dei nemici.
Lc non lo dice perché attenua il fallimento della sequela, e Gv lo omette
perché non conviene alla maestà del Gesù del suo racconto, ma le tenebre ormai
dominano gli eventi, come nella notte che avanza.
Mc aggiunge un altro caso di sequela sfumata. Un aspirante discepolo s'era
insinuato nell'orto. Forse un curioso o un postulante. E' arrestato insieme
a Gesù. Siccome per vestito, o per dormire, s'era avvolto in una sindone,
se la srotola di dosso lasciandola in mano ai soldati e sguscia via nudo.
Hanno pensato che sia lo stesso Mc oppure il giovane della risurrezione. Così
la Passione preannuncia già la conclusione mentre sta cominciando. Oppure
il simbolo della veste bianca battesimale. Conoscendo Mc e il suo stile spicciativo
è forse un altro simbolo dell'abbandono radicale da parte dei discepoli e
della solitudine di Gesù. All'inizio i discepoli avevano lasciato tutto per
seguire Gesù: parenti, case, attrezzi di lavoro, beni materiali. Ora abbandonano
tutto, anche il vestito, per non essere coinvolti con Gesù.
Secondo qualche studioso, per Gv la Passione comincia da qui in poi. Comunque
sia, l'arresto è uno dei cardini della Passione. Punto d'arrivo e di partenza
essenziale. Gesù è solo dinanzi alla svolta degli eventi, i quali sono già
preparati e anticipati.
L'arresto è la Cena che comincia ad attuarsi: corpo consegnato, spezzato,
dato in pasto. E' la preghiera del Getsemani che diventa vita e forza mentre
si attua la volontà del Padre. E' la libertà consegnata, cioè usata appieno,
investita, non conservata per farne quel che si vuole. Difatti Gesù è il vero
libero: di parlare, di tacere, di farsi portar via e condannare e uccidere.
Libero di amare sino alla fine. Il vero arrestato non è lui, ma coloro che
lo trascinano in tribunale. Sono prigionieri dell'odio.
Comincia per Gesù la fase in cui realizza il massimo. Arrestato, sembra
che non possa fare più nulla. Inizia invece la fase conclusiva della sua opera.
Il fare del non poter fare nulla, del lasciar fare, dell'accettare che altri
facciano. Il fare che non è più agire ma solo essere. L'umile e semplice essere
di ogni umiliato, rifiutato, malato, moribondo. L'essere della croce.
O Gesù, ci dimostri che nessun
abbandono di amici o violenza di nemici può distruggere la dignità di un essere
umano. Soprattutto nulla può strapparci la compagnia e la protezione del Padre.
Non aver paura eccessiva delle solitudini e degli abbandoni. Preoccuparsi
piuttosto di non lasciar mai nessuno solo e di non saccheggiare la dignità
degli altri con giudizi negativi, pregiudizi, pettegolezzi.
ATTO III
I L P R O C E S S O
Dato lo scopo di questo lavoro,
sorvoliamo sui complessi problemi storici ed esegetici relativi ai processi
di Gesù. Li accenniamo solo nella misura in cui ci è necessario per l'ambientazione
locale e di contenuto delle meditazioni.
Dopo l'arresto, Gesù è sottoposto
al giudizio di due autorità: quella religioso-politica della nazione ebraica
e quella politica dei romani, che da mezzo secolo prima di Cristo governavano
la Palestina con diverse forme di dominio.
Davanti all'autorità romana
si svolge un vero processo. Davanti all'autorità giudaica si svolge un interrogatorio
di cui non è chiara l'indole processuale. Dai sinottici potrebbe desumersi
risposta affermativa. Da Gv risulta risposta negativa. Non è possibile ricostruire
con esattezza storica il valore di tale confronto. Se è un processo, che valore
ha? Se non è un processo, che cos'è? Nel primo caso, poteva concludersi con
una sentenza o no? Se sì, la sentenza poteva essere eseguita? Le autorità
giudaiche dicono a Pilato che loro non possono mandare a morte nessuno, ma
diverse volte avevano provato a lapidare Gesù, e di lì a poco lapideranno
Stefano. Può darsi che al tempo di Gesù la normativa fosse fluttuante.
Nel secondo caso si sarebbe
trattato solo di un interrogatorio privato o udienza preliminare, per raccogliere
e formalizzare i capi d'accusa da presentare all'autorità romana per ottenere
la condanna a morte di Gesù.
Noi proseguiamo le nostre meditazioni
interessandoci al messaggio trasmesso dai vangeli, piuttosto che a queste
problematiche. In due parti: processo religioso e processo civile.
I. IL PROCESSO
RELIGIOSO
Mt 26,57-75; Mc 14,5372; Lc 22,54-71; Gv 18,12-27
Scena prima. I capi d'accusa
RIFLETTI. La comparizione di Gesù davanti
all'autorità giudaica è il punto più intricato dei racconti della Passione.
Secondo Mt e Mc Gesù è subito interrogato in nottata nella casa del sommo
sacerdote. La seduta è ripetuta al mattino nella sede del sinedrio perché
l'incontro notturno non ha valore legale. Per Lc ha luogo solo il raduno mattutino.
Mc e Lc non riportano il nome del sommo sacerdote interrogante. Mt dice che
è Caifa, di fatto in carica dal 18 al 37 d.C. Gv riporta che Gesù compare
dinanzi a Caifa, ma non ne racconta l'interrogatorio, mentre dice che è esaminato
nella notte da Anna, suocero di Caifa. Di costui sappiamo che era stato sommo
sacerdote dal 6 al 15 d.C. Deposto dai romani, conservava grande prestigio
e forse era ritenuto dagli ebrei ancora valido. E' probabile che anche Lc
supponga la sua presenza, dato che parla di sommi sacerdoti interroganti.
I sinottici terminano con la sentenza di morte per bestemmia. L'atteggiamento
di Gesù è di coerenza e forza in Mt e Mc, di fiducia e abbandono al Padre
in Lc, di suprema maestà in Gv.
Chiarissimo in tutti il messaggio: Gesù è innocente, tanto che nessuno
è capace di provare la sua colpevolezza. Gesù proclama lealmente la propria
identità, fedele a se stesso e al Padre. L'autorità ebraica rifiuta Gesù.
Il sinedrio è un consesso di settanta componenti più il suo preside. Comprende
sommi sacerdoti, anziani e scribi, ed è la massima autorità religiosa e civile
della nazione.
Per Mt e Mc il processo inizia con l'escussione dei testimoni. L'unica
accusa è che Gesù avrebbe detto: "Posso distruggere il tempio di Dio
e ricostruirlo in tre giorni", Mt 26,61; o: "Io distruggerò questo
tempio fatto da mani d'uomo e in tre giorni ne edificherò un altro non fatto
da mani d'uomo", Mc 14,58. Sia i testimoni che l'imputazione sono definiti
falsi, ma di fatto sono solo confusi. Per la precisione Gesù ha detto: "(Voi)
distruggerete questo tempio e in tre giorni (io) lo farò risorgere. Ma parlava
del tempio del suo corpo", Gv 2,19.21.
Gesù aveva usato i termini di distruzione e ricostruzione, ma riferendoli
al tempio del suo corpo e attribuendone a sé la ricostruzione. Del tempio
di pietra ha sempre parlato con rispetto, ma ha anche dimostrato di esserne
superiore. L'ha purificato cacciandone i profanatori e ne ha predetto la fine.
Quindi l'accusa poteva avere un pretesto, ma i testimoni manipolano ciò che
Gesù ha detto di vero e lo chiamano falso perché non l'accettano.
L'impappinarsi dei testimoni e la noncuranza di Gesù che non dice una
parola nè a chiarimento nè a propria difesa, irritano il sommo sacerdote.
Ma l'accusa sul tempio ottiene l'effetto di insospettirlo. Se rivendica potere
sul tempio deve ritenersi il messia, perché solo Dio e il suo inviato hanno
questo potere.
Parte dunque la domanda cruciale sull'identità di Gesù. Non si trovano accuse sostenibili dall'esterno.
Bisogna trovarle provocandolo a parlare. L'intenzione maligna rende il dramma
più acuto. Gesù sarà ormai giudicato dalle sue parole, le quali non possono
essere che verità. Quella verità che sempre rende liberi. Anche dall'attaccamento
alla vita.
PREGA. O Gesù, ti hanno arrestato con la sicurezza di incriminarti senza difficoltà,
ma si trovano già disorientati su come racimolare qualche accusa. L'innocenza
può essere messa a tacere ma non può essere distrutta.
PROMETTI. Talvolta per apparire importanti
o innocenti si inventano o si esagerano le colpe degli altri. Fare attenzione
a questo meccanismo perverso dei rapporti umani, che distrugge amicizie e
legami familiari.
Scena seconda. Identità proclamata
Parte l'attacco alla scoperta dell'identità dell'imputato. In Mt con una
sola frase, in Mc con due domande, in Lc con due interpellazioni formulate
dall'intero sinedrio, in Gv con una sottile disquisizione sui discepoli e sulla dottrina. "Ti scongiuro
per il Dio vivente perché tu ci dica se sei il Cristo, il Figlio di Dio",
Mt 26,63.
Nei sinottici la domanda ha due contenuti. Sapere dalla sua bocca, primo:
sei il Cristo, cioè il Messia atteso, il liberatore definitivo della nazione?
Secondo: sei il Figlio di Dio?, dato che sul rapporto tra il Messia e Dio
non vi era unità di interpretazione.
Per i lettori di Mt e di Lc la risposta era già chiara, poiché la domanda
contiene i titoli con i quali Gesù e altri personaggi - il Padre, i discepoli,
i demoni - avevano già espresso la sua identità. Ripeterla significherà confermarla.
Ma per i lettori di Mc la risposta è un momento di massima rivelazione, pari
solo a quello che avverrà sul Calvario con la confessione del centurione dopo
la morte di Gesù. Perciò lo scenario di Mc è più suggestivo e emozionante.
La domanda è come il lancio della bomba. La risposta ne è lo scoppio. I brevi
istanti di intermezzo portano al culmine la livorosa attesa degli oppositori.
Aspettano la giustificazione per scatenare l'odio che hanno addosso. Stavolta
non può tacere perché la domanda è formulata dalla legittima autorità con
scongiuro legale. La risposta scocca nel silenzio palpabile: "Io lo sono!
E vedrete il Figlio dell'uomo seduto alla destra della potenza e venire con
le nubi del cielo", Mc 14,62.
L'impressione è enorme. Per un attimo qualcuno deve sentirsi raggelare.
Anche la sicurezza più aggressiva può vacillare. Mai Gesù era stato così chiaro.
Nel vangelo di Mc non aveva mai accettato questi titoli di buon grado, per
evitare interpretazioni temporalistiche. Ma ora che è prigioniero e nessuno
può più equivocare, li accoglie e conferma che gli competono. Anzi, vi aggiunge
quello che aveva usato di preferenza: Figlio dell'uomo. E' un appellativo
misterioso, preso dal profeta Daniele. Da una parte esprime la sua identità
e attività divine, dall'altra la tiene velata ponendo l'accento sulla sua
natura umana. Viene sulle nubi del cielo e giudica il mondo, cosa propria
di Dio, ma si chiama Figlio dell'uomo, per cui è possibile inserirvi la prospettiva
della croce. La risposta rinvia alla croce e spiega la cautela di Gesù nel
tenere velata fino ad ora la propria identità. Egli non può essere capito
finché non si capirà lo scopo del suo essere nel mondo, che è dare la vita
per la salvezza dell'umanità. Il momento che rivelerà pienamente chi è, sarà
perciò la croce. Siccome si trova ormai sulla strada, può usare la formula
delle rivelazioni di Dio: Io Sono.
La croce a sua volta esprime il giudizio di Dio sulla storia. Esso è attuato
sulla croce come suprema manifestazione di amore, e sarà completato alla fine
dei tempi. Allora saranno manifestate a tutti la vittoria del Crocifisso e
la risposta umana.
O Gesù, dona a tutti i cristiani
il coraggio di professare la propria identità.
Si diffonde un ateismo popolare più potente della religiosità popolare.
Ha le sue celebrazioni più affollate di quelle dei santi patroni. Lo sport,
gli spettacoli, il mondo degli affari, le discoteche, le università e molti
ambienti culturali. Dio sembra assente. Come posso impegnarmi a renderlo presente?
Prima di tutto non nascondendo mai la mia identità cristiana.
Scena terza. Identità rifiutata
Hanno chiesto quel che volevano sapere, hanno avuto la risposta, ora la
rifiutano. Cercano la verità, ma non sono disposti ad accettarla. Il rifiuto
è espresso in diverse forme a parole e a gesti.
La sentenza di morte per bestemmia: "Avete udito la bestemmia...
. Tutti sentenziarono che era reo di morte", Mc 14,64. Mt e Mc concordano
sul crimine di bestemmia e sulla conseguente condanna. Lc prende solo atto
della testimonianza di Gesù. Secondo la legge ebraica la bestemmia è reato
punibile con la morte, ma significa uso sacrilego del nome di Dio, Lev 24,10-16.
Più o meno come nel significato odierno di abbinare il nome di Dio a titoli
ingiuriosi. Non si capisce come il Sinedrio abbia ravvisato con tanta sicurezza
questo reato nelle parole di Gesù.
Strapparsi le vesti era la reazione più violenta per manifestare disapprovazione
e rifiuto.
In Mt e in Mc questa sentenza di morte è seguita dalla prima serie di
scherni contro Gesù. "Gli sputarono in faccia e lo schiaffeggiarono;
altri lo bastonavano dicendo: Indovina, Cristo! Chi ti ha percosso?",
Mt 26,67-68. Sono i paludati membri del sacro sinedrio che si riducono a questo
livello. Le ingiurie sono molto raffinate nella loro brutalità. Sghignazzano
sul titolo messianico di Cristo e sulla sua qualifica profetica. E' come se
stessero già eseguendo la sentenza di morte, distruggendo nel disprezzo la
sua dignità. Ma Gesù sta già realizzando la propria missione redentiva nell'amore
con cui accetta e si dona. E' insultato con e per il suo titolo di "Cristo",
col quale nei secoli sarà invocato e amato.
In Lc gli scherni non sono collegati al rifiuto dell'identità di Gesù,
ma precedono l'interrogatorio del sommo sacerdote. Forse durano tutta la notte,
dall'arresto alla seduta mattutina del sinedrio. Il loro scopo è mostrare
al discepolo che Gesù è pronto e sereno nella sua Passione perché ha pregato
nel Getsemani. Mentre Pietro, lì accanto, sta rinnegando il maestro. Il rifiuto
del profetismo contrasta con quanto sta risultando, cioè che Gesù è profeta
perché tutto questo l'aveva già predetto.
In Gv il rifiuto dell'identità di Gesù è espresso con lo schiaffo. In
Gv Gesù non risponde a tono alla domanda sulla dottrina e sui discepoli, ma
rimanda alla pubblica opinione. "Ho parlato al mondo apertamente; ho
sempre insegnato nella sinagoga e nel tempio... . Perché interroghi me? Interroga
quelli che hanno udito", Gv 18,20-21. I presenti capiscono che Gesù non
risponde perché ritiene l'interrogante, il sommo sacerdote Anna, incapace
di accettare la verità. Forse a qualcuno fischia ancora nell'orecchio la staffilata:
"Avete come padre il diavolo... non mi credete perché dico la verità",
cfr. Gv 8,44-47. Gesù è imperturbabile, mentre tutti sono in imbarazzo. Non
essendoci materia per scenate di esecrazione, il rifiuto è espresso con lo
schiaffo e il rimbrotto di una delle guardie: "Così rispondi al sommo
sacerdote? Gli rispose Gesù: Se ho parlato male, dimostrami dov'è il male;
ma se ho parlato bene, perché mi percuoti?" Gv 18,22-23.
Così è chiara anche la risposta per il sommo sacerdote. Gesù è la parola
che parla bene, rivela il Padre ed esprime l'amore. Ma la reazione è il rifiuto,
molto più drammatico dello schioccare di uno schiaffo. In Gv lo schiaffo esprime
la stessa potenza di rifiuto degli scherni e insulti e schiaffi di cui in
Mt e Mc.
O Gesù, quanto più si sforzano
di rifiutarti, tanto più è chiaro che non ti si può rifiutare. Se sei condannato
per quello che dici, significa che quello che dici è vero.
Guardarsi dalle forme subdole del rifiuto di Gesù che si infiltrano nella
vita. Possono essere posizioni di egoismo, di falsità, di salvaguardia delle
apparenze, di attaccamento a progetti e piaceri personali. Possono tenere
bloccata la crescita spirituale per tutta la vita.
Scena quarta. Tra parola e
silenzio
"Non rispondi nulla? Che cosa testimoniano costoro contro di te?
Ma Gesù taceva", Mt 26,62-63. "Ma egli taceva e non rispondeva nulla",
Mc 14,61.
Ogni tanto gli evangelisti richiamano l'attenzione sul silenzio di Gesù
durante i processi. Questo atteggiamento ha sempre toccato l'emozionalità
di quanti meditano la Passione. Fin dall'inizio i cristiani hanno visto in
questo silenzio il compimento di due modelli di perfezione presenti nella
bibbia: il Servo del Signore e il Giusto di Israele. Del primo parla specialmente
il profeta Isaia: "Maltrattato, si lasciò umiliare e non aprì la sua
bocca; era come un agnello condotto al macello, come una pecora muta di fronte
ai suoi tosatori, e non aprì la sua bocca", Is 53,7. Del secondo parlano
i profeti, i salmi e i libri sapienziali. La sua caratteristica è che confida
sempre nel Signore, sopportando in silenzio anche le prove più dolorose.
Il silenzio di Gesù colpisce non solo perché non coglie le provocazioni,
ma soprattutto perché non reagisce allo svolgersi arbitrario del confronto.
I processi, specie quello religioso, sono anomali per tanti motivi. E Gesù
tace. L'udienza abborracciata nella notte, alle porte della festa di pasqua,
formalizzata all'alba senza dibattimento. I testimoni incoraggiati a deporre
il falso e comunque invalidi perché discordanti. La sentenza di morte per
un reato legalmente non chiaro, che prelude alla consegna all'autorità romana
non si capisce su che base. Tutto questo è contro la giurisprudenza internazionale,
compresa quella rabbinica. E Gesù tace. Peggio di tutto, l'indegna gazzarra
dei massimi responsabili della nazione che si permettono di distruggere un
imputato nella sua elementare dignità: sputargli in faccia, coprirgli il volto,
percuoterlo, offenderlo nei valori in cui crede. E Gesù tace.
Il suo silenzio è più potente di ogni parola, perché esprime l'amore quando
il parlare non è più comunicare. Il processo lo dimostra in diversi casi.
Talvolta Gesù non parla non perché non abbia qualcosa da dire o per dare esempio
di mortificazione, ma perché l'interlocutore non vuol comunicare. Vuole solo
tendere tranelli o rifiutare la verità. Per questo risponde solo quando è
scongiurato in nome di Dio. Spiega ad Anna che è inutile rispondergli a tono,
e si difende dallo schiaffo smascherandone la violenza insulsa. In Lc fa notare
esplicitamente: "Anche se ve lo dico, non mi crederete; se vi interrogo,
non mi risponderete", 22,67-68, pur dando la risposta prontamente rifiutata.
Parola e silenzio sono due mezzi di comunicazione, da usare con equilibrio.
Servirsi solo della parola può causarne inflazione, logorio, incapacità comunicativa.
O Gesù, insegnami ad usare
di più il silenzio e di meno la parola come mezzo di comunicazione e di vicinanza
e comprensione verso gli altri.
Il comunicare odierno spesso non trasmette valori ma solo l'effimero e
l'evasione. Per un cristiano, il vangelo, Gesù e il suo amore devono sempre
far parte di ciò che comunica. Se nella mia vita non è così, mi impegno perché
lo sia.
Scena quinta. Pietro, kamikaze
dell'ostinazione
Sembra un fatto irreale, montato da esperti romanzieri. Possibile che
Pietro si sia comportato così? Gli evangelisti ne parlano elaborando quadri
insuperabili. Contiene preziosi insegnamenti. Non può essere frutto di spinte
antipetrine di qualche comunità primitiva.
I vangeli procedono su questo punto con narrazione a incastro: l'interrogatorio
di Gesù e quello di Pietro si intersecano. Ambedue sono sottoposti alla verifica
della loro identità. Le domande e le risposte si intrecciano come lo stridore
del loro contrasto.
In Mt Pietro segue Gesù da lontano, entra nel palazzo del sommo sacerdote,
si siede nel cortile. Negli altri evangelisti si scalda al fuoco, le cui fiamme
ne facilitano il riconoscimento. In Gv egli può entrare grazie all'intervento
di un altro discepolo, forse l'evangelista stesso, che conosce il sommo sacerdote.
Tra gli interroganti, tutti includono una serva. Mt e Mc ne menzionano
due. Pietro si spaventa persino di loro, la cui testimonianza non era rilevante.
Per Mt Mc e Gv una delle domande è
rivolta dai presenti tutti insieme. Lc fa invece intervenire due uomini, forse
insinuando che così la testimonianza ha valore legale.
Nei sinottici Pietro è riconosciuto dal suo accento galileo. In Gv è inchiodato
da un parente di Malco, che era nel Getsemani quando partì la sciabolata che
mozzò l'orecchio.
Nulla da fare. Pietro perde ogni controllo e le sue negazioni scoppiano
come una granata. "Negò davanti a tutti: Non capisco che cosa tu voglia
dire. - Negò di nuovo giurando: Non conosco quell'uomo. - Cominciò a imprecare
e a giurare: Non conosco quell'uomo!" Mt 26,70-74.
"Egli negò: Non so e non capisco quello che vuoi dire. - Negò di
nuovo. - Cominciò a imprecare e a giurare: Non conosco quell'uomo che voi
dite", Mc 14,68-71.
"Egli negò dicendo: Donna non lo conosco. - No, non lo sono. - O
uomo, non so quello che dici". Lc 22,57-60.
"Forse anche tu sei dei discepoli di quell'uomo? Non lo sono. - Idem.
- Non ti ho forse visto con lui nel giardino? Pietro negò di nuovo",
Gv 18,17.25-26.
Mt sottolinea che la negazione è "davanti a tutti". Giusto il
contrario di ciò che Gesù aveva chiesto al discepolo: di essere testimoniato
davanti a tutti. L'escalation della gravità è un tragico paradosso: nega fingendo,
nega giurando, nega giurando e imprecando. In Mc l'apostasia brucia come una
fiammata, un precipitare senza neppure il tempo di pensare a proteggersi.
Parte da un incontro a quattr'occhi con la serva, cresce con la segnalazione
di questa ai presenti, esplode con l'assenso di tutti gli astanti. Tanto le
accuse quanto le negazioni sono costruite con la terminologia dell'appartenenza
e della sequela. Tutto è negato.
Anche Gv rileva che il rinnegamento distrugge ogni legame di appartenenza,
sia ai discepoli che a Gesù. Ambedue sono essenziali e costitutivi dell'identità,
ma Pietro se li strappa di dosso come ingombri imbarazzanti.
Il messaggio non può essere più
chiaro. Mentre il maestro nel processo sta affermando la propria identità
e per questo è rifiutato, il discepolo, nelle battute più semplici del processo
dell'esistenza, rinnega la propria identità di seguace di Gesù.
"Io lo sono", afferma Gesù. "Non lo sono", echeggia
Pietro.
O Gesù, se Pietro è così, che
cosa ne è di me nel mio rapporto di appartenenza e di sequela?
La fedeltà a Gesù è da chiedere ogni giorno, vigilando che si avveri in
ogni azione, pensiero, scelta, parola. Se il primo papa cade in così malo
modo, che ne sarà di me ultimo dei seguaci di Gesù?
Scena sesta. Lo sguardo di
Gesù
Nel racconto di Lc la caduta di Pietro trasmette anche altri insegnamenti.
Il fallimento del discepolo fa da contrappunto alla riuscita del maestro,
ma la scena è raccordata con quelle della Cena e del Getsemani. Vibrano in
accordo la predizione di Gesù, la sua promessa di sostegno, il monito di pregare
e l'imminente intervento dello sguardo ricuperatore. Coerenza e incoerenza,
fedeltà e infedeltà sono collegate con la preghiera. Chi prega riesce, chi
non prega viene meno.
Il rinnegamento è attenuato. Pietro non si squalifica fino al punto di
giurare e imprecare. Inoltre tutti gli interroganti dicono che "anche"
lui è dei discepoli, insinuando che pure altri del gruppo siano in giro da
qualche parte, vigilanti su Gesù.
Alle negazioni segue il canto del gallo. Indicato dalla profezia di Gesù,
era il segnale con cui contavano il tempo quanti avevano turni di notte, come
i soldati. Mc è più preciso degli altri perché parla del secondo canto del
gallo. Si sa che i galli cantano diverse volte nella notte. Il primo canto
poteva corrispondere alle tre del mattino e il secondo verso le quattro.
Lo stridulo segnale che ferisce la notte ricorda a Pietro la profezia
di Gesù. In Lc il ritorno alla consapevolezza non è causato dal canto del
gallo ma dallo sguardo di Gesù. "Allora il Signore, voltatosi, guardò
Pietro, e Pietro si ricordò delle parole che il Signore gli aveva detto",
22,61.
Ricordare l'impostazione lucana. E' la notte di giovedì. Gesù è passato
dal Getsemani al palazzo del sommo sacerdote. Sarà interrogato domattina.
Nel frattempo è preso a zimbello dai soldati con ogni sorta di maltrattamenti,
in un locale adiacente al cortile dove Pietro sta a scaldarsi, forse a vista.
Gesù potrebbe avere ascoltato con le proprie orecchie le madornalità del discepolo.
Ad un certo punto, o spostandosi da un locale all'altro, lo coglie con uno
sguardo.
Nei sinottici la scena si conclude con le lacrime di Pietro. "Pianse
amaramente", Mt e Lc. "Scoppiò in pianto", Mc. Senza disquisizioni,
ma con pochi tratti narrativi, gli evangelisti esprimono un trattato di cristologia
e di vita spirituale. Si intravvedono le prime comunità cristiane sbattute
dalle prove delle persecuzioni. Ci sono i martiri ma anche gli apostati che
crollano per la paura. Gli autori raccontano le sofferenze e gli esempi di
Gesù, ma anche le crisi di quelli che sono implicati nella Passione. Tutti
rischiano di fuggire dinanzi alla prova. Ogni compromesso è possibile, incluso
il tradimento.
Le lacrime di Pietro sono di pentimento, perciò gli consentono di essere
ricostituito nell'integrità della sua identità e missione. Gesù non lo declassa,
ma lo conferma nei compiti che gli ha affidato. Non sente imbarazzo che il
futuro sostegno di tutti i testimoni cominciò con una negazione di testimonianza.
La sua caduta e il suo pentimento saranno raccontati in tutto il mondo per
dire che anche questo è vangelo: essere sempre recuperati dall'amore.
O Gesù, fa che la debolezza
e il peccato non mi facciano diffidare del tuo amore. Fa che mi abitui a sentire
il tuo sguardo su di me, perché la fiducia nelle mie forze è importante, ma
non basta senza la forza del tuo amore.
Nella nostra società molte persone sembrano palloni gonfiati. Ci sono
anch'io? Per un po' di studi fatti o di soldi guadagnati, non sentiamo più
bisogno di nessuno, neppure di Dio. Poi dinanzi ai problemi perdiamo senso
di equilibrio e di dignità. La caduta di Pietro e la comprensione di Gesù
mi insegnino il senso del limite.
Scena settima. Giuda nell'abisso
Giuda non abbocca alla misericordia ma sprofonda nella disperazione. Solo
Mt racconta la vicenda, usandola per separare il processo religioso da quello
civile e per esibire la lista completa degli attori del dramma. Lc ne tratta
in At 1,15-20, di cui teniamo conto.
Al mattino presto, mentre Gesù è condotto dal governatore Ponzio Pilato,
Giuda consuma le battute finali del suo destino. Chissà che anche lui non
incroci lo sguardo del maestro durante lo spostamento. Certo è che non se
ne lascia afferrare. Di nuovo teologia profonda in un rapido quadro narrativo.
Forse Giuda s'illudeva che Gesù sfuggisse alla cattura. Ma visto che è
stato condannato dal sinedrio, si lascia prendere dal rimorso e riporta le
monete gridando: "Ho peccato, perché ho tradito sangue innocente".
Poi, visto che ai suoi complici non interessano simili problemi spirituali,
sbatte il denaro nel tempio e corre ad impiccarsi. I sommi sacerdoti non usano
le monete per le spese sacre, dato che sono state impiegate per comprare un
innocente, ma ci acquistano un campo per seppellire gli stranieri. Per questo
il terreno si chiama "campo di sangue".
La versione di Lc contiene elementi diversi. Il campo è comperato da Giuda
stesso. La morte sembra accadere per incidente più che per suicidio, ma in
modo macabro e raccapricciante. Il nome del campo non deriverebbe dal sangue
di Gesù, comperato con gli stessi denari, ma dal sangue di Giuda. Forse la
circolazione a voce dell'episodio ne ha modificato i contenuti, e i due narratori
hanno attinto a fonti diverse.
L'ironia di Mt puntualizza la falsità dei sommi sacerdoti. Fingono di
non essere responsabili, ma riconoscono che col denaro hanno comprato un innocente
per farlo morire. Sono appaiati al traditore. Più tardi cercherà di fare lo
stesso anche Pilato. Lungo i secoli faranno così tanti uomini, volendo apparire
non responsabili del tradimento di Cristo quando si ingannano tra di loro
o non sono fedeli. E' inutile lavarsi le mani o disfarsi del corpo del reato.
L'impronta resta nella coscienza. Nell'anima.
Per cancellarla c'è la via di Pietro, non quella di Giuda. Mt elabora
un messaggio multiplo. Nota il contrasto tra la fedeltà di Gesù e l'infedeltà
di Pietro, e il contrasto tra il dolore che porta al pentimento e il rimorso
che porta alla disperazione. C'è un dolore risolto perché aperto al pentimento
e quindi ad accogliere il perdono. C'è un dolore non risolto, cioè chiuso,
che uccide e si uccide. Il pentimento ricostruisce tutto, la disperazione
distrugge tutto. Pietro "uscì e pianse amaramente". Giuda "fuggì
e corse a impiccarsi".
Scompare la presenza di Giuda dalla Passione, dopo avervi esercitato un
largo influsso. Perché gli evangelisti ce ne hanno trasmesso tanti dettagli?
Accadevano ancora casi simili nella comunità? Non è escluso. Ma l'accento
è sulla serietà della sequela. Ci sono discepoli che seguono il maestro con
fedeltà totale, senza venir mai meno. Altri hanno percorsi più tribolati,
ma si riprendono attingendo all'amore inesauribile che ricompone nel perdono.
Altri purtroppo cominciano e poi si perdono.
O Gesù, fa che riusciamo sempre
a credere che il tuo amore è più grande di noi. Anche dei nostri peccati.
La disperazione di Giuda fa impressione per la sua drammaticità. Ma c'è
un'altra forma di disperazione, oggi frequente, non meno pericolosa. Quella
senza sangue, la disperazione bianca dello scoraggiamento e dell'insensibilità.
Il rassegnarsi a non credere, a non provare, a non impegnarsi. Tanti si dicono
non credenti o non praticanti solo per la sfiducia o la pigrizia di provare.
II. IL PROCESSO
CIVILE
Mt 27,1-2.11-31; Mc 15,1-20; Lc 23,1-25; Gv 18,28-40.19,1-16
Scena prima. Alla ricerca del
reato
RIFLETTI. Un altro passo verso la morte.
Gesù ha sempre previsto la sua Passione come consegna alla forze del male.
Consegnato nel Getsemani, consegnato al sinedrio, ora consegnato all'autorità
romana che lo consegnerà alla morte.
Secondo gli storici, Pilato era molto peggiore di quanto non appaia nei
vangeli. Crudele, arbitrario, sprezzante degli ebrei. Quinto governatore romano
della Giudea, è in ufficio dal 26 al 36 d.C. Il processo a Gesù si svolge
con molta probabilità nella Torre Antonia, vicino al tempio, dove oggi risiedono
le suore di Sion. Il procuratore viveva a Cesarea Marittima, sul Mediterraneo,
ma nelle feste si recava a Gerusalemme e si accampava in quella sede. Vi è qualche incertezza sulla cronologia. Per
i sinottici Gesù è condannato e muore nel venerdì che è giorno della pasqua
ebraica. Per Giovanni quel venerdì è la vigilia di pasqua, che quell'anno
cadrebbe di sabato.
In Mt e Mc il processo inizia con l'interrogatorio. Spesso gli evangelisti
omettono collegamenti o altri particolari perché li suppongono già noti a
chi legge. Lc e Gv raccontano il processo romano in modo più logico ed elaborato.
Infatti iniziano con la formulazione delle accuse, primo atto di ogni processo.
In Lc tutto il sinedrio si riverserebbe da Pilato per chiedere la morte
di Gesù, urlando una raffica di accuse: "Abbiamo trovato costui che sobillava
il popolo, impediva di dare tributi a Cesare, e affermava di essere il Cristo
re", 23,2.
Come mai queste accuse? Esse non erano emerse nell'interrogatorio del
sinedrio. A che cosa è servito il processo religioso se non se ne tiene alcun
conto? Il motivo è che non si possono presentare a un'autorità politica pagana
accuse di carattere religioso, ma Lc non lo spiega. A lui interessa sottolineare
l'ingiustizia del processo. Le accuse sono inventate per far condannare Gesù
che è innocente. Non ci crederanno nè Pilato nè Erode, e in fondo non ci credono
neppure gli accusatori.
Tutti e tre gli addebiti contro Gesù potevano avere un fondamento, ma
solo giocando sull'equivoco. Gesù non sobillava nessuno in senso politico,
ma il suo messaggio poteva esaltare e infervorare la gente. Gesù non ha impedito
di pagare le tasse, ma ha precisato di dare a Cesare solo i tributi economici,
non quelli divini. Gesù non ha rifiutato per se stesso i titoli di messia
e di re, ma non li ha mai intesi in senso politico.
Pilato vuole che la procedura sia corretta. Sentiamo gli addebiti: "Che
accusa portate contro quest'uomo?", 18,29. Subito il dialogo diventa
un battibecco. I Giudei non vogliono entrare nel pretorio per non contaminarsi
con l'ambiente pagano, tanto più che è la vigilia di pasqua. Disprezzano Pilato
come romano, come pagano e come persona e non lasciano occasione per dimostrarglielo.
Pilato da parte sua non li sopporta. La reciproca intolleranza trasuda dalle
battute del dialogo:
"- Se non fosse un malfattore non te l'avremmo consegnato.
- Giudicatelo secondo la vostra legge.
- A noi non è consentito mettere a morte nessuno", 18,30-31.
L'ironia non risparmia la situazione. Hanno paura di contaminarsi con
i pagani, ma non di voler la morte di un innocente. I malfattori chiamano
malfattore l'innocente. Pilato non vede chiaro. L'unica cosa chiara è che
lo vogliono morto. Decide di investigare per conto proprio.
PREGA. O Gesù, tu solo conosci le ambiguità e le subdolezze dell'intelligenza
umana per giustificare il rifiuto di seguire il bene. Aiutami a districarmi
dai tranelli della mia razionalità inquinata dal peccato.
PROMETTI. Il mondo in quanto sottoposto
al peccato cercherà sempre di eliminare i valori del vangelo. Il male non
vuol cedere terreno. Scovare ad una ad una le zone d'ombra della mia vita
e smantellare le debolezze che ho rimosso o di cui mi vergogno: egoismi, arroganze,
risentimenti, chiusure... .
Scena seconda. Il Re dei giudei
La regalità di Gesù è il tema centrale del processo civile. Nel processo
religioso gli evangelisti hanno chiarito l'identità messianica dell'imputato:
egli è il Cristo, il Messia, il Figlio di Dio, il Figlio dell'uomo. Nel processo
civile essi precisano che Gesù è re.
Nei sinottici, l'unica domanda di Pilato è questa: "Sei tu il re
dei giudei?", Mt 27,11. E' il solo problema che gli interessa. Il titolo
di re dei giudei è nuovo, è usato solo da lui e allude al potere politico.
I giudei non l'avrebbero mai chiamato re soltanto, ma re d'Israele, Cristo,
liberatore o simili.
Se Gesù si ritenesse davvero re, Pilato avrebbe tra le mani un caso gravissimo.
Sarebbe un attentato all'autorità imperiale di Roma, da stroncare immediatamente.
Per questo gli astuti accusatori, che da parte loro hanno condannato Gesù
per reato religioso - bestemmia per essersi dichiarato Figlio di Dio - hanno
ora mascherato la loro imputazione sotto veste politica.
Nei sinottici Gesù risponde: "Tu lo dici", Mc 15,2. La stessa
risposta data a Giuda nella Cena e a Caifa nel processo religioso. Indica
che l'interrogante ha capito il problema ma non vuole risolverlo. Ci resta
incastrato. Ancora guizzi di ironia: questi oppositori con le loro domande
fanno capire che colgono la verità, ma non sono capaci di accettarla. E' la
loro rovina. Così Giuda, i capi ebrei, Pilato e chiunque nella vita non abbia
il coraggio della verità.
La risposta di Gesù è chiara e oscura allo stesso tempo. Dinanzi al sinedrio
ha risposto "Io Sono", perché poteva parlare lo stesso linguaggio
biblico degli interroganti. Tutti hanno capito che è il messia e che viene
da Dio. Davanti a Pilato è più sottile: tu lo dici. Sono parole tue, non mie.
E' vero, ma non nel senso che tu intendi. Accetto il titolo, ma non nel senso
che tu pensi. Tu non capisci bene, ma i miei accusatori capiscono.
In Mt e Mc, la risposta di Gesù fa scatenare le accuse contro di lui.
Una gazzarra assordante, tanto che Pilato lo sollecita a difendersi: "Non
rispondi nulla? Vedi di quante cose ti accusano!", Mc 14. Ma Gesù tace.
Non riaprirà più bocca fin sulla croce. Come il Giusto di Israele che tace
in mezzo al vociare dei nemici e all'abbandono degli amici. Come il Servo
del Signore che per la sua fortezza nel dolore fa sbalordire chi lo osserva.
Infatti Pilato ne riporta "grande meraviglia".
I protagonisti del processo sono ormai messi a fuoco. Pilato ha una disponibilità
incoativa che non riuscirà ad emergere. I giudei, come li chiama sempre Gv,
restano sigillati nella cecità. Travolgeranno la folla e Pilato contro il
Giusto. Gesù è coerente nella sua fedeltà al Padre e alla propria missione.
Il nodo conflittuale è la regalità. Egli è re, ma essi non ne capiscono il
senso. La sua regalità è l'amore. Al processo partecipa ogni essere umano.
Ci sono anch'io.
O Gesù, che io comprenda la
forza della tua parola e del tuo silenzio. Ambedue esprimono in modo eloquente
che sei re.
Manipolare l'identità degli altri è una delle distorsioni più dolorose
dei rapporti umani. Ognuno sente quanto ferisca non essere compresi o essere
giudicati male. Quante volte tratto così gli altri?
Scena terza. Pilato discepolo
mancato.
Il racconto di Gv sul processo civile di Gesù è un capolavoro letterario
e teologico. I giudei sono fuori sulla piazza. Gesù è all'interno del pretorio,
sottoposto a domande e prodigo di risposte. Pilato fa la spola tra dentro
e fuori cercando di padroneggiare la situazione, finché non ne sarà travolto.
E' al centro della scena da solo, ma poi vi porterà anche Gesù, che all'ultimo
la dominerà.
L'impostazione giovannea può essere suddivisa in sette quadri, separati
dai movimenti di Pilato fuori e dentro il tribunale. Fuori: i giudei consegnano
Gesù per farlo condannare. Dentro: prima interrogazione a Gesù, sulla sua
identità. Fuori: prima dichiarazione che Gesù è innocente. Dentro: flagellazione
e burla regale. Fuori: seconda dichiarazione di innocenza. Dentro: seconda
interrogazione a Gesù, sulla sua origine. Fuori: consegna per la crocifissione.
Anche secondo Gv Pilato domanda a Gesù se sia il re dei giudei. Ma la
risposta è più articolata e attira Pilato dentro un ragionamento da capogiro:
"Dici questo da te oppure altri te l'hanno detto sul mio conto?",
18,34. Gesù sta alle parole, ma porta il discorso sui significati e si offre
a spiegarli all'interlocutore. Lo fa iniziando con una domanda che lascia
Pilato tra incuriosito e contrariato, perché si sente inquisire dall'inquisito.
Redarguisce sottolineando la distanza razziale. Sono altri che ti stanno contro,
non io. Che cosa c'è tra di voi? "Sono forse io giudeo? La tua gente
e i sommi sacerdoti ti hanno consegnato a me; che cosa hai fatto?", 18,35.
Vedendo che Pilato non rifiuta il discorso, Gesù viene allo scoperto:
"Il mio regno non è di questo mondo", 18,36. Se lo fosse avrebbe
gli stessi apparati difensivi e offensivi. Ma la battuta rende Pilato ancor
più frustrato e ansioso. Insegue e insiste: "Dunque tu sei re?",
18,37. L'unica cosa che gli interessa è la possibilità del reato di cospirazione
politica.
A questo pagano che tenta di capire, Gesù offre lo spiraglio che potrebbe
aprirgli la strada della sequela, come già fece con la samaritana e con Nicodemo.
"Tu lo dici, io sono re. Io sono nato e sono venuto nel mondo per rendere
testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità ascolta la mia voce",
18,37.
Anche Pilato ha intuito la verità. Gesù lo spinge a raccoglierla, e pronuncia
una delle più potenti affermazioni cristologiche dei vangeli. Basta col giuoco
a nascondino. Hai capito che sono re, ora apriti a capirne il significato.
Re in quanto testimone della verità. Non nel senso filosofico greco-romano,
ma biblico. Verità è Dio, la sua sovranità, il suo piano di salvezza, il suo
unico Figlio che ha mandato a salvare il mondo. Verità è quindi Gesù stesso
e tutto quello che egli rivela su Dio e sull'uomo: Dio Trinità e amore; la
vocazione umana ad essere amici e figli, familiari e eredi. Verità e Gesù
sono la stessa cosa. Chi è dalla verità lo riconosce e lo ascolta. Ultimo
sfolgorare di questa verità sarà la croce, perché ivi Gesù dirà tutto su Dio
e sul suo amore.
L'offerta è fatta. Prendere o lasciare. Forza Pilato, la verità ti sta
davanti. Ma egli è frastornato. Afferrato dalle spire del potere. Butta là
una domanda senza aspettare risposta: "Che cos'è la verità?", 18,36.
S'è confermato nella convinzione che Gesù è innocente e va fuori a ribadirlo.
Ma non basta. Bisognava seguirlo. Peccato.
O Gesù, quanti Pilato ci sono
in giro! Quanta gente non vuol risolvere il problema-Gesù solo perché impegna
e fa sul serio. O perché troppi suoi seguaci, me compreso, non sono credibili.
Non si può appartenere a Gesù senza essere decisi a seguirlo. Troppe voci
oggi mi distolgono: interessi, scelte, compagnie, letture, spettacoli, attaccamenti.
Gesù non si può conciliare con tutto. Dove c'è inquinamento di peccato, Cristo
può perdonare, ma non approvare.
Scena quarta. Non colpevole
L'accusa che Gesù sia un re da fare ombra a Cesare è una montatura. Pilato,
esperto di casi criminali, ci mette poco a farsi questa convinzione. In Mt
e Mc egli ricorre solo al ballottaggio con Barabba per difendere Gesù. In
Gv inventa stratagemmi più subdoli per far valere la sua idea.
Prima di tutto una dichiarazione solenne: "Io non trovo in lui nessuna
colpa", 18,38, proclama chiaro e tondo in faccia ai capi dei giudei.
Un pagano sostiene che Gesù è innocente mentre i suoi lo dicono colpevole.
E' una traccia del fallimento dei primi cristiani nello sforzo di convertire
gli ebrei.
Tra poco Pilato proporrà l'alternativa con Barabba. Nei sinottici saranno
i capi o la folla a rivendicare l'adempimento della prassi pasquale.
Anche in Lc Pilato teorizza la sua persuasione: "Non trovo nessuna
colpa in quest'uomo", 23,4. Dunque il processo potrebbe essere concluso
con proscioglimento. Ma gli oppositori non possono lasciar cadere la cosa.
Rischiano di vedersi restituire il prigioniero con tanto di assoluzione piena.
All'affermazione di Pilato reagiscono come furie e rilanciano frettolosamente
la prima accusa, descrivendone anche il perimetro geografico: "Costui
solleva il popolo, insegnando per tutta la Giudea, dopo aver cominciato dalla
Galilea fino a qui", 23,5. Non aggiungono molto a quanto già detto, però
prendono tempo, impedendo a Pilato di pronunciare la sentenza di assoluzione.
Purtroppo Pilato, invece di tirar dritto con coerenza, prende tempo anche
lui.
L'accusa ribadita dai capi è di nuovo un misto di verità e di falsità.
La parola usata per "sobillare" significa anche sviare, portare
fuori strada. Gesù non sobilla nè in senso politico nè in senso religioso,
ma il suo messaggio esige dedizione radicale. Questo sì che può implicare
il cambiamento di strada, il prendere un'altra direzione, "convertirsi",
con tutte le conseguenze sul comportamento politico e religioso. Dunque un'accusa
sfruttabile in senso politico.
Capire Gesù non fu solo un problema degli ebrei e dei romani. E' stato
difficile lungo tutti i secoli, e lo è anche per la mentalità e cultura odierne.
Come capire la regalità dell'amore in una società o in un'impostazione personale
di vita basate sull'egoismo? Come riconoscere la verità che viene da Dio nel
frastuono dei messaggi e nell'incapacità di fermarsi per ascoltare nel silenzio
e nell'interiorità?
O Gesù, noi percorriamo infinite
giravolte per non guardare in faccia la verità, perché mette a nudo le situazioni.
Aiutami a tenere lo sguardo fisso su di te nella tua Passione, per sostenere
sempre la luce della tua verità, che è l'amore.
La verità è un tema scomparso dai nostri discorsi e interessi. E' troppo
alto per il livello di vita a cui ci siamo ridotti. Ma è essenziale. Se non
rispettiamo la verità di noi stessi, degli altri e delle cose non capiamo
più nulla. Individuare nella mia vita le paure della verità per superarle.
Scena quinta. Erode scappatoia
inutile
E' difficile orientarsi nel ginepraio degli Erode, tutti di pessima reputazione.
Sono ebrei della dinastia Idumea, di cui Roma si servì per diversi decenni
per tenere sotto controllo la Palestina. Erode il Grande governava quando
nacque Gesù e ordinò la strage degli innocenti per eliminarlo. Alla sua morte,
il 4 d.C., il territorio fu spartito, con il consenso dei romani, fra i tre
figli, crudeli come lui ma meno intelligenti.
Filippo s'installò a nord, con centro a Cesarea. Antipa rilevò la Galilea
e la Perea, a est del Giordano. Archelao fu preposto alla Giudea, Samaria
e Idumea. Si fece subito pessima fama tanto che Giuseppe e Maria, al ritorno
dall'Egitto, preferirono tornare in Galilea piuttosto che stabilirsi in Giudea.
Dopo appena due anni di regno, i romani dovettero farlo fuori e cominciarono
a governare la regione tramite un procuratore. Non ci interessa qui parlare
degli altri Erode dello stesso ceppo.
L'Erode della Passione di Gesù è Antipa, lo stesso che aveva fatto decapitare
Giovanni Battista e che s'era interessato anche a Gesù, da alcuni ritenuto
il Battista risuscitato.
Quando Pilato sente dire dai giudei che Gesù ha operato in Galilea, domanda
se sia di quella regione. In tal caso appartiene alla giurisdizione di Erode
Antipa, anch'egli presente a Gerusalemme per la festa di pasqua. Pensato e
fatto. Lo spedisce da lui pregandolo di risolvere il caso.
Erode è felice dell'occasione. Aveva sentito parlare di Gesù e desiderato
di vederlo, ma non gli era mai capitato. Pensa di approfittarne per appagare
la curiosità e la voglia di divertirsi col taumaturgo come fosse un giocoliere.
Gli fa molte domande. Gli accompagnatori ripetono le accuse. "Ma Gesù
non gli rispose nulla", Lc 23,9. Anche Lc ha in mente il Servo del Signore
che tra gli scherni "non aprì la sua bocca", Is 53,7. Ma il silenzio
umilia gli sghignazzatori. Erode si indigna, lo insulta e schernisce insieme
al suo seguito, gli fa indossare un mantello vistoso e lo rimanda a Pilato.
Vestito di rosso per parodia di regalità o di bianco per indicare innocenza
da demente.
Questo è l'unico gesto di disprezzo su Gesù riportato da Lc in tutto il
processo. Egli cerca sempre di evitare o di attenuare la descrizione di frangenti
poco decorosi.
Pur infastidito dal comportamento di Gesù, Erode concorda con Pilato sulla
sua innocenza. Il procuratore si servirà di questo parere come argomento per
premere sulla folla, ora che la patata bollente gli è tornata in mano. Intanto
con l'occasione i due ridiventano amici, visto che la logica del potere trova
sempre accordi quando si tratta di far pagare gli innocenti. Oppure c'erano
degli attriti per la mano pesante di Pilato sui galilei. Ne aveva fatti sgozzare
alcuni persino nel tempio.
Poiché solo Lc ci tramanda questo particolare, alcuni hanno dubitato della
sua storicità. Può darsi che gli altri non lo conoscessero, o non l'abbiano
ritenuto rilevante per trasmettere speciali insegnamenti. Nessun evangelista
riferisce tutto, ma ognuno seleziona parole e fatti secondo i messaggi che
intende inviare alle comunità destinatarie del racconto. Lc se ne serve per
denunciare la debolezza di Pilato, sempre in cerca di scappatoie invece di
seguire la propria coscienza, e il falso modo di interessarci a Gesù, basato
solo sulla curiosità.
O Gesù, tu continui a dare
testimonianza della tua identità e dignità, a Pilato con la parola e a Erode
col silenzio. Nella mia fedeltà a te e al vangelo, aiutami a non essere condizionato
nè dall'accoglienza nè dal rifiuto.
Pilato e Erode rappresentano due modi sbagliati di risolvere il problema-Gesù:
l'uno cercando di scaricarlo, l'altro prendendolo alla leggera. L'unico modo
corretto è la sequela. Verificare se questa è la mia risposta.
Scena sesta. Il baratto col
malfattore
Barabba è presente in tutti e quattro i vangeli. Nessun'altra fonte storica
ne parla, ma questa è sufficiente. Liberare un prigioniero per pasqua era
forse una tacita concessione dei romani, di grande significato per gli ebrei:
ricordava la liberazione dall'Egitto e dalle altre schiavitù della loro storia.
In Mt e Mc il figuro appare subito dopo la domanda sulla regalità. In
Gv dopo la prima e in Lc dopo la seconda dichiarazione di innocenza. Per Mt
il confronto tra Gesù e Barabba è la fase centrale del processo.
Ecco le movenze della scena secondo Mt e Mc. I membri del sinedrio stanno
discutendo con Pilato per convincerlo a condannare Gesù. La folla, finora
assente, non sa nulla di quel che è successo. Ad un certo punto della mattinata,
molta gente si raduna per l'appuntamento con il governatore romano che proporrà
la liberazione del prigioniero. I capi ne approfittano per convincere i convenuti
a chiedere la liberazione di Barabba e la morte di Gesù.
Alcune fonti antiche riportano che anche Barabba si chiamava Gesù. Difatti
Pilato chiede: volete che vi liberi il Gesù chiamato "Barabba o Gesù
chiamato il Cristo?", Mt 27,17. Siccome Barabba significa "figlio
del Padre" e Gesù si dice "Figlio di Dio", la forza del contrasto
aumenta.
Gv nota che Barabba è un brigante. Mt lo designa come prigioniero famoso.
Mc e Lc precisano che in un attentato aveva commesso omicidio insieme alla
sua banda. Deve appartenere al movimento degli zeloti, gruppo di nazionalisti
o terroristi che non perdevano occasione per dare sfogo al malumore per la
dominazione romana. Altri due saranno sentenziati con Gesù.
Mt elabora ancora, mostrandoci Pilato angustiato per l'intervento della
moglie. Ella ha fatto brutti sogni sulle conseguenze di questo processo. Un
altro elemento che amplifica il contrasto. Un popolo da sempre nutrito di
rivelazione rifiuta il messia promesso e atteso. Pagani senza rivelazione
sono inquietati da influssi dall'alto.
Pilato s'è illuso che il paragone con Barabba fosse favorevole a Gesù.
La formulazione della domanda in Mc fa trasparire il tentativo del colpo di
mano: "Volete che vi liberi il re dei giudei?", 15,9, quasi mettendo
in bocca la risposta: Sì!. Pilato però sapeva che "glielo avevano consegnato
per invidia", 15,10, la stessa che mosse il diavolo a introdurre il peccato
nel mondo, Sap 2,24.
Ma in poco tempo la folla è stata manipolata. Finora favorevole a Gesù,
ora si coalizza con l'opposizione, insieme a Giuda, il sinedrio, Pilato. La
risposta è un urlo a tre ondate: "Barabba!". Ai balbettamenti di
Pilato sulla sorte di Gesù: "Sia crocifisso! Sia crocifisso!". Al
rifiuto di Pilato di prendersi la responsabilità, se la prendono loro: "Il
suo sangue ricada sopra di noi e sopra i nostri figli".
Lavandosi le mani, Pilato fa la sua scelta pur presumendo di non scegliere.
I giudei, capi e popolo, rescindono l'alleanza che aveva sostenuto la loro
storia. Sono tutti dalla stessa parte: il rifiuto della verità. Incontrarsi
con Cristo vuol dire dovere scegliere: accettare o rifiutare. Chi rifiuta
passa all'opposizione, si mette contro la verità e pronuncia la sentenza della
propria condanna che anche Dio dovrà rispettare.
O Gesù, fa che nella mia vita
io scelga te, tutto quello che conduce a te e che proviene da te.
Tutto nella vita è scegliere ed essere scelti. Esaminare quali mie scelte,
generali o minime quotidiane, siano secondo Cristo e quali no. Rintracciare
le occasioni nelle quali, non scegliendo nettamente Gesù, scelgo praticamente
Barabba.
Scena settima. Ripeto non colpevole
L'urlo della folla fischia nelle orecchie di Pilato. Aveva preparato il
trabocchetto e c'è cascato dentro. Adesso la via d'uscita è più complicata.
Se non avesse proposto l'alternativa poteva proseguire il dibattimento a forza
di argomenti, ma ormai il processo è bloccato. Chiusa una strada non ci resta
che l'altra: condannare l'innocente.
Non si dà per vinto. Anche in Mc, il cui racconto è più spicciativo e
l'opposizione meno virulenta, Pilato tenta una dilazione a vanvera: "Che
farò di quello che voi chiamate il re dei giudei?", 15,12. Domanda inutile,
ma esprime il dispetto del procuratore. La risposta è quella a cui tende tutto
il racconto marciano: la croce.
Mt mostra Pilato incapace di coerenza ma testardo nella sua convinzione.
Si lava le mani dichiarando la propria innocenza invece di difendere quella
dell'innocente. Ma è impossibile evadere le responsabilità a parole o con
gesti teatrali.
In Lc Pilato aveva convocato tutti i responsabili, quasi un raduno nazionale
e universale, per proclamare l'innocenza di Gesù dopo il ritorno da Erode:
"Riuniti i sommi sacerdoti, le autorità e il popolo disse: Mi avete portato
quest'uomo come sobillatore del popolo, ecco, l'ho esaminato davanti a voi,
ma non ho trovato in lui nessuna colpa di quelle di cui lo accusate; e neanche
Erode. Egli non ha fatto nulla che meriti la morte", 23,13-15.
Lc non è tenero con Pilato, ma mette in chiaro che nel processo è l'unico
a difendere Gesù, con dichiarazione di valore giuridico. Lui e Erode sono
i due testimoni legali a sostegno dell'innocenza di Gesù. Per quattro volte
in pochi versetti, 23,4.14.15.22, ripete di non trovare in Gesù alcun reato,
tre volte prima e una volta dopo la scelta di Barabba. Alla fine cede alla
violenza, inghiottito anche lui dal fronte delle tenebre. Lc accentua sia
l'irreprensibilità di Gesù che la pertinacia degli ebrei nel rifiuto. Inoltre
egli vuol garantire alle autorità romane che i cristiani non ce l'hanno con
loro e non sono rivoluzionari, come non lo era Gesù. Essi apprezzano gli sforzi
del loro rappresentante in favore di Gesù.
In Gv Pilato fa finta di non tenere nessun conto della scelta di Barabba.
La sua fantasia ricorre a nuovi espedienti. Fallito quello del baratto, escogita
quello della flagellazione. Non ha vinto sul piano della ragionevolezza, spera
di vincere su quello dell'emotività. Prepara una scena di grande effetto spettacolare,
capace di far crollare anche i macigni. La flagellazione.
Il tira e molla spossante di questo processo dimostra che gli evangelisti
lo ritengono essenziale. E' il momento decisivo: la scelta o il rifiuto del
Salvatore.
Pilato vuole liberare Gesù. L'ha detto a parole e inventa scappatoie a
sorpresa. I giudei lo vogliono morto. Hanno chiamato Gesù malfattore, poi
hanno scelto un malfattore al suo posto. I simili scelgono il simile.
La logica, la coerenza, la fedeltà a se stessi e alla verità, la dignità
umana in quanto tale svaniscono in questo processo. Solo Gesù ne rappresenta
la personificazione e la difesa.
O Gesù, la commedia umana si
agita senza decoro attorno a te in questi processi. Senza Dio è impossibile
essere umani in maniera decente. Il peccato, che è falsità e divisione, ha
rovinato tutto.
La vita umana è come essere in permanenza sotto processo. Tutto ci manifesta
agli altri e ci sottopone al loro giudizio. A nostra volta, noi facciamo lo
stesso con gli altri. Impossibile evitare tutti i compromessi e le manomissioni.
Unica soluzione, riferire tutto alla verità, nella carità. Come Gesù.
Scena ottava. La flagellazione
Gli evangelisti ne parlano ma nessuno la descrive.
Lc non la nomina perché non conviene alla sua immagine di Gesù. La fa
solo intuire dalle parole di Pilato, che si dice disposto a castigare Gesù
per dare soddisfazione agli avversari.
Mt e Mc la collegano alla sentenza di morte, com'era di prassi. Pilato
"dopo aver fatto flagellare Gesù lo consegnò ai soldati perché fosse
crocifisso", Mt 27,26. Il condannato alla morte di croce veniva flagellato
per preparare il corpo all'inchiodamento. I dolori erano attutiti e la morte
accelerata.
Gv colloca la flagellazione al centro del processo, come espediente di
Pilato per colpire l'emotività del popolo e strappar loro il consenso alla
liberazione di Gesù.
Dopo l'inaspettata scelta di Barabba, Pilato scompare all'interno del
pretorio lasciando in sospeso la folla e i capi. Forse per qualche ora, visto
che alla flagellazione segue il trattenimento burlesco. L'attesa aumenta la
tensione emotiva.
"Fece prendere Gesù e lo fece flagellare", 19,1. La meditazione
sulla Passione ha dato sempre grande importanza alla flagellazione, nonostante
il disinteresse degli evangelisti al dolore fisico di Gesù. Ad essa è dedicato
un mistero del rosario. Era una pena tremenda. La legge ebraica la conteneva
entro quaranta colpi di flagello, ma l'usanza romana non prevedeva limiti.
A volontà dei flagellatori e secondo la resistenza del condannato. I flagelli
erano strisce di cuoio o mazzi di corde che potevano terminare con teste di
ferro adatte a strappare le carni. Sotto quei colpi si poteva anche morire.
I romani la infliggevano solo agli schiavi e agli stranieri.
Oggi quando vediamo o leggiamo di bambini maltrattati o di persone percosse
durante i conflitti, la nostra sensibilità reagisce con raccapriccio. Eppure
gli esseri umani si sono trattati così per millenni, trovandoci persino piacere
e divertimento. Gesù ha condiviso anche questi dolori dell'umanità. Nel Getsemani
ha sperimentato le nostre angosce e solitudini. Nel processo il nostro essere
incompresi e strumentalizzati. Nella flagellazione ha provato i dolori a cui
è sottomesso il nostro corpo. Il corpo umano è opera di Dio, ma a causa del
peccato può trovarsi a dover sopportare oceani di dolore: le malattie, le
operazioni chirurgiche, le guerre con le armi che lacerano o bruciano o asfissiano,
gli stupri e le camere a gas. Ci fanno orrore le flagellazioni antiche, ma
il progresso della civiltà ha raffinato anche i flagelli che tormentano il
corpo umano. Compresi quelli derivanti dall'impiego distorto delle funzioni
positive del corpo: la sessualità, il mangiare, il lavorare, il divertirsi.
Consegnato al potere delle tenebre, cioè del peccato, Gesù accoglie nel
suo corpo le conseguenze del peccato, tra le quali la violenza è al primo
posto. Il suo silenzio parla di amore, dignità, sopportazione; ma anche di
denuncia di tutte le violenze e abusi del corpo. Senza dimenticare che la
flagellazione è anche dolore morale, per la chiusura e il rifiuto di chi l'ha
voluta.
O Gesù, la tua flagellazione
proietta fremiti di ribrezzo nel nostro fisico e colpisce le nostre emozioni.
Fa che ti senta vicino quando il dolore mi afferra, e che sia sempre vicino
a chi soffre nel proprio corpo.
Nei momenti di dolore, ricordare il silenzio e l'amore di Gesù nella flagellazione
per trovare senso alle esperienze che costano. Sentire il corpo come dono
ricevuto e dono da spendere per gli altri nella famiglia e nel lavoro. Vivere
il corpo come strumento musicale dell'anima.
Scena nona. La parodia del
re
Alla flagellazione segue la parodia dell'incoronazione e dell'adorazione
regale. Gv la descrive in fretta, perché ha solo lo scopo di preparare la
scena seguente dell'Ecce Homo. "Intrecciata una corona di spine gliela
posero sul capo e gli misero addosso un mantello di porpora; quindi gli venivano
davanti e gli dicevano: Salve, re dei giudei. E gli davano schiaffi",
19,2-3. C'è l'essenziale dell'ironia sulla regalità che è al centro del processo.
In Mt e Mc la descrizione è più articolata ed esprime il rifiuto di Gesù
nella sua identità di re. Come dopo il processo religioso gli scherni indicano
il rifiuto del messia Figlio di Dio, così dopo il processo civile indicano
il rifiuto della regalità di Gesù, comunque sia interpretata.
Gli evangelisti caricano di significato teologico una situazione abbastanza
comune. I soldati che custodivano i condannati a morte usavano spassarsela
con ingiurie e scherzi crudeli. Nel caso di Gesù parteciperebbe tutta la coorte,
seicento militari.
La scenata ha due fasi, ciascuna con tre movimenti.
Prima fase, parodia della vestizione regale. 1. Spogliano Gesù dei suoi
vestiti e lo coprono di un manto scarlatto, di quelli che indossano i soldati
romani. Mc dice "di porpora" per alludere alla regalità. 2. Gli
pongono sul capo una corona di spine, prendendole dalla legna pronta per il
fuoco o da arbusti che crescono nei paraggi. 3. Gli mettono in mano una canna.
Mantello, corona e scettro, le insegne della regalità.
Seconda fase, parodia dell'adorazione regale. 1. Si prostrano davanti
a Gesù e sghignazzano: "Salve, re dei giudei". 2. Gli sputano addosso.
3. Con la canna che ha in mano, gli calcano la corona di spine sul capo. Caricatura
oltraggiosa e villana degli omaggi dovuti al re.
Una violenza che lascia sconcertati. L'abuso del prigioniero è una vergogna
dell'umanità sino ai nostri giorni. Gesù si trova anche in questo crocevia
della malvagità.
Il colmo è che la parodia proclama e attua la realtà. Disprezzano il re
per dimostrare che non è re, ma gli dànno modo di dimostrare che è re nel
senso che egli intende. Ancora una volta esplode l'ironia. Secondo loro il
paradosso consiste nel fatto che Gesù si crede re mentre non lo è. In realtà
il paradosso è che Gesù è re ed essi non se ne accorgono mentre ce lo proclamano.
Il suo regno non è come quelli di quaggiù. La regalità dell'amore si manifesta
quando uno ti rifiuta, ti percuote e ti sputa addosso... e tu continui ad
amare. Il potere di Gesù è quello di dare la vita, corpo spezzato e sangue
versato per la salvezza del mondo. Sarà completato sulla croce, ma il processo
è sulla stessa strada. Regnerà dal legno, ma regna già dal pretorio, tra gli
insulti del rifiuto. La scena del Calvario sarà analoga a questa: innalzamento
e rifiuto. Tutto ormai tende verso la croce, dove l'identità di Gesù e del
discepolo appariranno più chiare.
Così i vangeli trasmettono il senso teologico della Passione, mentre nella
meditazione ha prevalso per secoli il senso dolorifico. Il quale è importante,
ma va integrato.
La ricchezza dei dettagli evangelici su questo punto accentua la tragicità
del rifiuto di Gesù. E' rifiutato da tutti: capi, popolo, ebrei, romani, ciascuno
secondo come lo capisce. Ma egli continua ad amare. Questa è la regalità vera.
Il rifiuto si rivolta contro se stesso e diventa la più urlata proclamazione
della verità. Nessuna affermazione afferma quanto questa negazione.
O Gesù, il peccato e la cattiveria
umana gridano che il tuo amore è più forte di tutto e non viene mai meno.
E' la verità che resiste a ogni attacco. Essa giudica della nostra riuscita
o fallimento.
Fare attenzione a dov'è oggi Gesù disprezzato e rifiutato. E' anche attorno
a me, nelle persone che frequento e persino nella mia famiglia. Potrei essere
anch'io tra coloro che continuano a schernirlo, se non rispetto e difendo
la dignità di ogni essere umano.
Scena decima. ECCO L'UOMO
Pilato, da attore consumato, riprende in mano la situazione. Utilizza
la flagellazione e la coronazione di spine a scopo ideologico e drammatico.
Altrimenti non si spiega perché abbia voluto la prima e permesso la seconda.
Può darsi che intenda anche dare a Gesù un'esibizione del proprio potere,
dato che egli parla di un altro misterioso potere.
La gente aspetta sulla piazza, mormorando per la lungaggine. Pilato esce
teatralmente sul balcone e annuncia con tono di sfida: "Ecco, io ve lo
conduco fuori perché sappiate che non trovo in lui nessuna colpa", 19,4.
E subito Gesù si presenta sulla scena "portando la corona di spine e
il mantello di porpora". Pilato additandolo declama: "Ecco l'uomo",
19,5.
Come è possibile averlo ridotto a quel modo se è innocente? C'è un momento
di costernato silenzio. Pilato pensa di avercela fatta. Ha giocato la carta
vincente. Se insistono a volerlo morto vuol dire che sono disumani, peggio
delle belve affamate dinanzi alla preda.
E' un'altra scena centrale della passione, che ha ispirato artisti, fatto
ardere di amore i mistici, toccato il cuore dei cristiani ferventi o peccatori.
Che cosa intende Pilato con la frase? Ecco quell'uomo, quel tale di cui ci
stiamo occupando? Oppure echeggia il titolo di Figlio dell'Uomo, il più usato
dai sinottici? Non è escluso che voglia ricordare l'identità di Gesù.
Possiamo fermarci a lungo sulla scena, fissandola con gli occhi e col
cuore. Gesù guarda mentre è guardato da tutti. I suoi occhi scorrono sulla
folla e sull'umanità. Colgono l'anima di tutti, fino ai nostri giorni e oltre.
Anche me. E' l'UOMO come ridotto dal peccato e come elevato da Dio. Lacerato
e sfigurato, ma anche capace di amare e di perdonare.
La mossa di Pilato fallisce. I sommi sacerdoti e le guardie gridano: Crocifiggilo!
Pilato insiste all'impazzata, ritorcendo un'ipotesi impossibile: "Prendetelo
voi e crocifiggetelo; io non trovo in lui nessuna colpa", 19,6.
Finora i giudei non hanno presentato a Pilato nessuna accusa contro Gesù.
L'hanno supposto malfattore, gli hanno preferito Barabba, ma niente di concreto.
Ora sbattono sul tavolo l'accusa religiosa: "Noi abbiamo una legge e
secondo questa legge deve morire perché si è fatto Figlio di Dio", 15.7.
E' il reato di bestemmia, per il quale almeno tre volte, in Gv, i giudei hanno
tentato di lapidare Gesù (5,18; 8,59; 10,31-39). Lo stesso crimine emerso
nel processo religioso. Sono di nuovo sul tappeto i titoli essenziali dell'identità
di Gesù. Pilato ha ricordato che è l'Uomo, figlio dell'Uomo dai tratti divini.
I giudei ricordano che egli è Figlio di Dio. "All'udire queste parole
Pilato ebbe ancor più paura", 19,8. Si rende conto di aver preso le cose
alla leggera. Gli sembra di dover ricominciare tutto da capo.
O Gesù, tu sei l'Uomo, l'essere
umano carico di tutte le miserie dell'umanità, ma chiamato a crescere. L'essere
umano dinanzi ai propri simili, alle proprie responsabilità, a Dio. L'essere
umano che sono anch'io.
I grandi sbagli della vita derivano da quelli più piccoli. Pilato scivola
appoco appoco sulla china del compromesso: non segue la parola di Gesù che
gli si sta rivelando, manda Gesù da Erode, lo paragona all'assassino Barabba,
lo fa flagellare solo per preparare la parata. L'ultimo errore sarà condannarlo
a morte. Bisogna fermarsi e riprendersi subito dopo il primo sbaglio.
Scena undicesima. Guardare
l'uomo
La scena dell'Ecce Homo è importante quanto quella della croce. In essa
Gv fissa come in un fotogramma indelebile ciò che, insieme a Mt e Mc, racconta
circa la coronazione di spine e la beffa della regalità. Non permette che
quella scena scorra via in fretta per dar luogo alle seguenti. La ferma e
la ingrandisce perché lo sguardo dell'umanità si fissi su quel volto, come
più tardi sarà invitato a volgersi a colui che è stato trafitto.
L'uomo travestito da re da burla è Gesù, ma rappresenta l'uomo in generale,
burlato e fatto ridicolo dai valori di cui si riveste. Dio ha creato quest'essere
perché sia re, cioè la creatura più alta dell'universo visibile, il punto
di collegamento tra Dio e il cosmo. Ma l'uomo ha reciso il legame con Dio,
e così non riesce più a essere a capo della creazione. Spesso ne resta assoggettato.
Volendo regnare senza Dio è diventato schiavo dei valori su cui dovrebbe dominare.
Gesù è vestito con gli accessori della regalità da burla: corona di spine,
manto rosso, canna in mano, sangue dalle ferite. Riceve gli omaggi da beffa:
inchini, prostrazioni, sputi, sghignazzi, colpi con la canna. Tutto ciò che
dovrebbe essere segno di gloria è segno di dolore e di umiliazione.
Sembra l'uomo dei nostri giorni in mezzo alle realtà di cui dovrebbe essere
il signore. I suoi studi e la sua scienza dovrebbero avvicinarlo a Dio e renderlo
più rispettoso del creato. Al contrario egli si svincola da Dio e trascina
nella rovina anche la natura. Il progresso e il benessere materiale dovrebbero
renderlo fraterno e riconoscente. Al contrario egli diventa sempre più egoista
e arrogante, insaziabile e sprezzante verso i meno fortunati.
I valori penultimi, in se stessi positivi, che sarebbero i segni della
sua regalità se subordinati ai valori ultimi, diventano i segni della sua
sconfitta perché considerati assoluti. Il corpo e le sue espressioni come
sessualità, doti umane, bellezza, salute e divertimento; i beni materiali
come denaro, successo, potere, prestigio culturale e influsso sociale diventano
beni supremi per i quali si trascura tutto il resto, anche la dimensione spirituale.
Sono come i segni che rendono Gesù re da burla. E' facile farsi dominare dalle
realtà che dovremmo dominare.
L'uomo-Gesù è re da burla perché ogni uomo cessi di farsi burlare dalle
realtà che gli sono state date per salire più in alto.
Nella coronazione di spine Gesù riscatta anche gli errori della mente
umana, come nella flagellazione aveva assunto e valorizzato i dolori del corpo,
riscattandone gli abusi. Nella nostra simbologia il capo è sede del pensiero.
Da lì comincia tutto il bene e tutto il male progettato e attuato dall'umanità.
Nel suo dolore silenzioso Gesù assume e valorizza il bene, riscatta e purifica
il male che scaturisce da quella fonte.
O Gesù, fa che non sia mai
dominato dalle realtà che sono chiamato a guidare e orientare secondo il piano
della creazione e della salvezza. Fa che contribuisca all'armonia della natura
e alla realizzazione delle persone.
Devo rendermi conto che l'intelligenza è un dono da sviluppare e da usare
bene, cioè sulla scia del pensiero di Dio. Qualunque cosa io possa desiderare
o progettare per la mia felicità è sempre meno di quello che Dio vorrebbe
per me. Cercare di incontrarmi con il suo pensiero. Posso trovarlo nella bibbia
e nella chiesa. Soprattutto in Gesù Cristo.
Scena dodicesima. Supplemento
di indagine
Ecco l'Uomo, ha detto alla gente. Ecco Dio, gli hanno risposto dalla piazza.
Rivendica di essere Figlio di Dio. Pilato sente crescere la paura. Decide
di riprendere il colloquio con Gesù. Prima aveva cercato di sondare la sua
identità ed era rimasto impigliato nei suoi ragionamenti: regno non di questo
mondo, la verità, eccetera. Forse la paura dipende anche da questi discorsi
misteriosi.
Adesso è più difficile parlare con il prigioniero ridotto in questo stato.
Forse non si riesce neppure a guardarlo negli occhi, e il volto dev'essere
una maschera imbrattata.
Si potranno capire? Come trovare un punto di contatto tra mondi così diversi?
Basta guardarli in faccia. C'è un'immagine che li ritrae l'uno di fronte all'altro,
Pilato con la corona d'alloro e Gesù con la corona di spine. E' chiaro che
non possono capirsi. L'uno con la testa piena di preoccupazioni di potere.
L'altro con la maestà dell'amore che resiste al rifiuto, deciso a fare la
volontà del Padre e a testimoniare la verità. Stavolta Pilato attacca sull'origine
dell'interlocutore: "Di dove sei? Non mi parli? Non sai che ho il potere
di metterti in libertà e il potere di metterti in croce?" 19,9-10.
Gesù si accorge che Pilato è ormai chiuso alla fede, quindi sulle prime
non risponde. Poi, visto il suo gongolarsi del proprio potere, puntualizza:
"Tu non avresti su di me nessun poter se non ti fosse dato dall'alto.
Per questo chi mi ha consegnato nelle tue mani ha una colpa ancora più grande",
19,11.
Parla ancora. Al contrario del Gesù dei sinottici, il Gesù di Gv parla
come un oratore. S'è difeso dal tentativo di essere manipolato in senso politico.
Adesso riconosce il potere di Pilato, ma ne mette in chiaro i limiti. Sì,
potrà giudicare Gesù, ma grazie ad un potere dall'alto, dato questo caso speciale,
perché si deve attuare il piano della salvezza. Solo perché Gesù ha scelto
di dare la vita per amore a salvezza del mondo, a Pilato è concesso potere
su di lui. Gesù non sta svolgendo qui la tesi che ogni autorità ha radici
in Dio (cfr. Rm 13.1-2), quindi anche quella di Pilato. Tale principio è vero
nella misura in cui l'autorità è esercitata secondo Dio. Gli abusi del potere
non sono da Dio, e Dio non intende approvarli.
Riaffiora lo stesso mistero incontrato nel tradimento di Giuda. Dio solo
guida il destino di Gesù. Egli muore perché ha il potere di offrire la propria
vita, non perché è riuscito il complotto dei nemici o perché verrà la sentenza
di Pilato. Ma attorno a questo dramma tutti agiscono con le proprie responsabilità.
Difatti c'è chi ha colpa più grande di Pilato. Forse Gesù allude a Giuda e
al sinedrio.
Pilato esce dal secondo interrogatorio di Gesù come dal primo. Non capisce
i suoi discorsi, ma è sempre più convinto della sua innocenza. Riappare sulla
piazza ancora deciso a sostenere la sua tesi contro tutti.
O Gesù, il rapporto con l'autorità
può diventare occasione di conflitti nella famiglia, nella società e nella
chiesa. Aiutami a viverla alla luce della fede. Ad accoglierla con umiltà
e esercitarla come servizio.
Talvolta la fede si riduce a una patente scaduta o una pila scarica. C'è
ma non funziona più. Te ne accorgi quando dinanzi a un problema ne hai bisogno,
vai a usarla, ma non ti aiuta più: una malattia, un'incomprensione, una morte.
La meditazione sulla passione ricarica la vita di fede.
Scena tredicesima. Ecco il
vostro Re
Pilato fa di tutto per spuntarla, ma la perfidia dei giudei lo travolge.
Visto che dopo l'accusa di contenuto religioso il procuratore insiste sull'innocenza
di Gesù, con mossa repentina spostano l'accusa sul piano politico: "Se
liberi costui non sei amico di Cesare. Chiunque infatti si fa re si mette
contro Cesare", 19,12. Loro, ebrei, sarebbero gli amici di Cesare. Lui,
romano e luogotenente dell'imperatore, non ne risulterebbe amico. La minaccia
è chiara: porteremo il caso a Roma.
Pilato si rende conto di essere caduto nella trappola. Gesù è innocente,
ma non potrà evitare che vada alla morte. Ecco che cos'è il suo potere, di
cui tanto si vanta. Non è capace neppure di salvare un innocente. Contrariato
e indispettito fa venir fuori Gesù e passa alla fase finale del processo.
"Fece condurre fuori Gesù e sedette nel tribunale", 19,14. Se
il verbo "sedere" fosse usato in senso transitivo, come sostengono
alcuni studiosi e come hanno già tradotto diversi lezionari nazionali, significherebbe:
Pilato sedette Gesù, cioè lo fece sedere. L'intera frase si dovrebbe leggere:
Pilato fece condurre fuori Gesù e lo fece sedere nel seggio del tribunale.
La scena sarebbe di una potenza sconvolgente.
Tuttavia il contenuto non cambia. "Ecco il vostro re", declama
ancora Pilato. E' il momento cruciale. E' una proclamazione e una sentenza
insieme. Gv sottolinea la stretta connessione con la pasqua: "Era la
preparazione della pasqua, verso mezzogiorno", 19,14, quando nel tempio
inizia la macellazione degli agnelli pasquali. Tutto il processo civile in
Gv è una proclamazione della regalità di Gesù. Questo ne è l'apice.
"Via, via, crocifiggilo", è il grido di risposta. Pilato insiste:
"Metterò in croce il vostro re?", 19,15. La lotta tra difesa e accusa
è al massimo della tensione. Pilato continua con la sua terminologia regale.
Invece di condannare Gesù lo proclama re. E' incapace di resistere alle pressioni
dei giudei, ma incapace anche di chiamare colpevole un innocente. Difatti
non pronuncia la sentenza. O, se si vuole, condanna Gesù con una sentenza
che è allo stesso tempo proclamazione regale. Quelle sono le sue ultime
parole: il vostro re.
Dalla piazza tuona il rifiuto sacrilego: "Non abbiamo altro re all'infuori
di Cesare", 19,15. Qualche studioso dubita sulla storicità di questa
frase. Sembra impossibile che giudei di quel tempo e in quella situazione
storica siano arrivati a prostituirsi all'imperatore di Roma sino a questo
punto. Condannano un connazionale per bestemmia, ed ora sono loro a pronunciare
la più enorme bestemmia e a consumare l'apostasia. Il popolo di Dio, legato
dal patto con Dio, che non ha altro re all'infuori di Dio, grida di non avere
altro re che Cesare. Gv non poteva scegliere un contesto più efficace per
esprimere lo stridore impazzito del rifiuto del salvatore.
Gesù, in piedi o seduto nel tribunale, è il re giudicato che giudica il
mondo.
O Gesù, io ti acclamo mio re.
Ti adoro e ti amo come unico re del mondo e della mia vita.
Non scandalizzarsi delle bassezze in cui può precipitare la condizione
umana. Preoccuparsi piuttosto della mediocrità e della staticità spirituale
nella mia vita. E' pericolosissima e può essere preludio a più gravi voltafaccia
alla fede e a Gesù Cristo.
Scena quattordicesima. Consegnato
alla croce.
Nessuna morte fu mai più annunciata di questa. I vangeli traboccano di
predizioni di Gesù sulla sua consegna, condanna ed esecuzione. Lo snodo finale
prima della dirittura d'arrivo è la conclusione del processo romano.
Mt ce ne offre il racconto più elaborato dopo Gv. Accentua in modo drammatico
la lacerazione del rifiuto. Dà molta importanza alla scelta di Barabba e al
paradosso che due pagani -Pilato e sua moglie- difendono Gesù mentre i suoi
lo condannano. Mette in risalto lo spergiuro con cui i giudei si assumono
la responsabilità del sangue di Gesù. Scelta fatale che manda in frantumi
l'alleanza. Dio è stato fedele alla promessa mandando il salvatore, ma il
suo popolo lo ha rifiutato. L'offerta passa ad un nuovo popolo. Dal racconto
traspare la polemica della comunità di Mt col rigurgito del giudaismo farisaico
della fine del primo secolo, ma anche l'ammonimento ai cristiani: coloro che
sono considerati lontani potrebbero essere più vicini dei vicini. A Pilato
non resta che consegnare Gesù ai soldati per la crocifissione.
Mc se la cava con poche righe. Tutto è più sbrigativo, a scatti e passaggi
bruschi. Domanda, risposta, silenzio di Gesù, scelta di Barabba, condanna
alla croce. Pilato è sicuro dell'innocenza di Gesù, ma non fa niente per liberarlo.
Cede subito per paura di complicazioni. Gesù rimane senza sostegno, rifiutato
da tutti: capi dei giudei e dei romani, popolo, discepoli. "Lo consegnò
perché fosse crocifisso", 15,15.
Lc attenua le brutte figure di tutti e accentua la splendida riuscita
di Gesù. Egli non può essere abbandonato da tutti, perché dev'essere salvato il rapporto tra maestro
e discepolo. Nessuna tinta violenta, attenuata la contrapposizione con Barabba,
silenzio sulla parodia del rifiuto della regalità, agitazione di Pilato per
affermare l'integrità di Gesù. Ma questa non è merito di Pilato. Egli fa molto
a parole ma poco nei fatti. E' responsabile del rifiuto come gli altri. Lc
non osa neppure nominare la croce. Pilato "decise che la loro richiesta
fosse eseguita... .Abbandonò Gesù alla loro volontà", 23,24,25. I due
poli contrastanti sono l'innocenza di Gesù e l'enormità del rifiuto.
Il ricco resoconto di Gv ci ha accompagnato nei meandri del mistero, grazie
alla partecipazione di Gesù al dibattimento. Pilato interroga, curioso e inquieto.
Gesù risponde con la facondia di tutto il resto del vangelo. Talvolta non
è chiaro chi sia sotto processo, se Gesù o Pilato. Non è Gesù che ha paura,
è nervoso, si agita, ma Pilato. Lui è sfidato a passare dalla parte della
verità ed è invitato a capire che il suo potere è importante ma viene dall'alto,
significa responsabilità e servizio, non arbitrio. In Gv Pilato fa la migliore
figura dei quattro racconti. Compie gesti corretti e sbagliati, non ha la
maggiore colpa, ma non fa l'essenziale: rischiare tutto per la verità. Ottiene
il successo di strappare agli ebrei un'improbabile dichiarazione di sudditanza
a Cesare, ma non quello di essere coerente con la propria coscienza. "Lo
consegnò loro perché fosse crocifisso", 19,16.
Su tutto campeggia Gesù, al centro del tribunale. Su di lui si abbatte
il rifiuto universale, ma senza travolgerlo. E' l'Uomo, il Re, la Verità.
Perciò anche il giudice. Nessun rifiuto della verità può distruggere la verità.
Chi la rifiuta pronuncia la propria condanna. Soprattutto perché rifiuta l'amore.
O Gesù, fa che non ti escluda
mai dalla mia vita. Che non rifiuti mai di essere in comunione vitale col
mondo dei valori che promana da te.
Colpisce l'ingiusta condanna di Gesù. Ma l'assurdità di condannare e sterminare
i fratelli è oggi ingigantita. Stalin è responsabile di trenta milioni di
morti, Hitler di una ventina, Lenin di una decina, i capi cinesi di una trentina.
Solo perché erano di razza o di idea diversa. Imparare a leggere la storia
alla luce della Passione di Gesù.
Scena quindicesima. Il naufragio
dell'arca
I racconti evangelici sul processo di Gesù contengono innegabili elementi
antisemiti che lungo i secoli sono stati pretesto di comportamenti non cristiani
tra i cristiani. Mt e Gv presentano i riferimenti più imbarazzanti, mentre
Mc e Lc si prestano meno alla strumentalizzazione.
Bisogna prendere atto onestamente di questi contenuti piuttosto che arzigogolare
interpretazioni scusanti. Il rifiuto di Gesù da parte delle autorità e del
popolo ebraico è chiaro in tutti i vangeli. Ridiamo uno sguardo ai due punti
più delicati.
Il primo in Mt 27,25: "Tutto il popolo rispose: il suo sangue ricada
sopra di noi e sopra i nostri figli". Significa che, nel caso che Gesù
fosse innocente, la responsabilità ricada su chi pronuncia l'esecrazione e
sui suoi figli. La frase è generalizzante, è biblica e ha senso di perennità.
Anche la Mishnà rabbinica, cioè l'interpretazione ufficiale ebraica, ritiene
che tali maledizioni valgono per sempre. L'unica attenuazione deriva dalle
considerazioni teologiche riguardanti la scelta di Gesù di dare la vita per
la salvezza del mondo, e l'universale responsabilità umana nella morte di
Gesù avvenuta per i nostri peccati.
Il secondo in Gv 19,15: "Noi non abbiamo altro re che Cesare".
L'affermazione è contraria a tutta la rivelazione del Vecchio Testamento su
Dio unico re di Israele. La scelta corrisponderebbe al passaggio formale di
Israele all'idolatria, poiché l'imperatore romano rivendicava attributi divini
e ne imponeva il riconoscimento. Un'autorità romana, Pilato, afferma che Gesù
è il re dei giudei. Non ne capisce la portata, ma proclama la verità. I sommi
sacerdoti, custodi dell'alleanza e mediatori di essa tra Dio e il popolo,
rifiutano il Figlio di Dio e si assoggettano a Cesare.
In ambedue i casi si tratta di rescissione unilaterale dell'alleanza da
parte del popolo eletto. La vecchia alleanza è interrotta, fa naufragio. Inizia
la nuova, volta a radunare un nuovo popolo da tutti i popoli.
E' penoso notare che un vangelo come quello di Gv, così carico di tensione
per l'unità, sia stato pretesto di una dolorosa divisione tra ebrei e cristiani.
L'antiebraismo di Mt si spiega col contrasto tra la sua comunità e il
riorganizzarsi dell'ebraismo dopo il 70 d.C. I primi cristiani pensarono che
il rifiuto di Gesù da parte degli ebrei dopo la risurrezione non era meno
colpevole del rifiuto precedente.
L'antiebraismo di Gv risente delle persecuzioni della sinagoga contro
i cristiani alla fine del primo secolo. Una preghiera ebraica di quei tempi
diceva più o meno: siano maledetti tutti i giudei rinnegati, compresi i seguaci
di Gesù. A Roma gli ebrei erano tollerati, mentre l'espulsione dalla sinagoga
di quelli che passavano al cristianesimo li esponeva a condanne e persino
alla morte.
Queste situazioni, riverberate nei vangeli, hanno incrostato tra i cristiani
il risentimento verso i "perfidi giudei", e hanno indotto figure
come Agostino d'Ippona e Tommaso d'Aquino a giustificare l'odio contro di
essi perché responsabili della morte di Gesù.
Il che, se in parte spiegabile per il passato, non è giustificabile. Non
si può ritenere che tutti gli ebrei di tutti i tempi siano responsabili della
morte di Gesù, ma solo il sinedrio di quel tempo, non unanime, e il popolo
presente in quel giorno nella piazza davanti al pretorio. Gesù, Maria, gli
apostoli e le prime comunità cristiane furono ebrei. La salvezza in Gesù resta
aperta anche a loro, qualora si convertano e l'accolgano.
Nell'ambiente ecumenico odierno, alcuni studiosi riconsiderano il ruolo
del popolo ebraico nella storia della salvezza, prospettando che esso non
sia terminato con la venuta di Gesù, e che non abbia l'unica apertura nella
conversione. Noi dobbiamo includerli nella nostra stima e nella nostra carità.
Sono i nostri "fratelli maggiori" nella fede.
O Gesù, la tua Passione è per
tutti come per tutti è il tuo amore. L'appartenenza a te ci rende uguali e
rende secondaria qualunque altra appartenenza.
Linguaggio e comportamenti razzisti continuano ad inquinare la vita dei
cristiani. Non solo verso gli ebrei, ma anche verso altre forme di legittima
diversità. Esaminare se ve ne siano tracce nella mia vita, ed estirparle nel
nome dell'amore unificante di Gesù crocifisso.
ATTO IV
I L C A L V A R I O
I. LA VIA
Mt 27,32; Mc 15,21-22; Lc 23,26-32; Gv 19,17
Scena prima. Portare la croce
di Gesù
RIFLETTI. I sinottici attestano che
qualcuno aiuta Gesù a portare la croce sulla via del Calvario. E' un ebreo
della diaspora, cioè residente fuori dalla patria. Viene dalla Cirenaica,
odierna Libia nel nord Africa. Si chiama Simone. Nella comunità di Mc la sua
famiglia dev'essere rinomata perché si precisa che è "padre di Alessandro
e Rufo", 15,21. Sta venendo dalla campagna dove s'è recato per una visita
alle sue proprietà o per qualche sistemazione prima che inizi il riposo festivo.
Secondo Mt e Mc è adocchiato dai soldati e "angariato" a portare
la croce di Gesù. Angariare è una parola greca di origine persiana che significa
essere costretti a fare qualcosa senza compenso. Forse perché appare in buone
condizioni fisiche. Si tratta di trasportare il "patibolo", cioè
la parte trasversale della croce. Per qualche aspetto è più difficile dell'intera
croce, perché è scomodo da tener fermo sulle spalle. I soldati lo legavano
sulle braccia allargate del condannato. Lo "stipite", o palo verticale,
è già piantato a terra sul Golgota.
Lc non accenna all'angheria. Secondo lui il Cireneo potrebbe essersi offerto
spontaneamente ad aiutare il condannato. Dei tre che erano condotti all'esecuzione,
Gesù risulta con evidenza il più debole. "Gli misero addosso la croce
da portare dietro a Gesù", 23,26.
La formulazione rievoca il linguaggio lucano della sequela. In Lc 9,23
Gesù aveva detto: "Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso,
prenda la sua croce ogni giorno e mi segua". E in 14,27: "Chi non
porta la propria croce e non viene dietro di me, non può essere mio discepolo".
Mt e Mc insinuano che la croce si deve portare. Spesso non se ne ha voglia,
ma non c'è scampo, perciò c'è bisogno di una spinta o di qualcuno che ci forzi
un po', dandoci l'impressione di essere angariati.
Lc invece ci ricorda che il discepolo porta volentieri la croce di Gesù,
che è la vita di ogni giorno, senza bisogno di esserci forzato e senza attendere
o cercare croci sensazionali.
Si può dare il nome di croce, purché in senso positivo, a tutti i pesi
che la vita ci chiede di portare. Pesi materiali, dai libri di scuola alle
borse della spesa, dal lavoro delle braccia a quello delle responsabilità
sociali o ecclesiali. I pesi morali e fisici: i rapporti nella famiglia, tra
amici e nella società; le malattie della nostra psiche e del nostro corpo,
fino alla morte. Accogliere e vivere tutto questo camminando "dietro
a Gesù" e imitando lui è la vita cristiana.
Nel caso del Cireneo gli evangelisti ci segnalano anche l'importanza di
condividere le croci dei crocifissi della storia. Quest'uomo che compare e
scompare in un solo versetto biblico è diventato il simbolo di ogni seguace
di Gesù. Forzato o volontario, egli porta la croce di un altro, e questo altro
è Gesù. E' la tipicità di ogni gesto di altruismo o di carità cristiana. Quando
riesci a spogliarti del tuo egoismo, a uscire da te stesso per aiutare un
altro in qualunque modo, tu aiuti Gesù a portare la croce.
PREGA. O Gesù, che io non sia mai un forzato della croce, ma uno che ne comprenda
il senso, lo viva e lo manifesti al mondo.
PROMETTI. La Passione di Gesù continua
ad ogni livello dell'esistenza umana. A livello di società, il ventesimo secolo,
è stato una stazione dolorosa della Via Crucis. Due guerre mondiali e guerre
ideologiche hanno prodotto oltre ottanta milioni di morti innocenti. Poi le
guerre civili e etniche, che hanno fatto più morti della guerra atomica. Passione
di fratelli, e quindi di Gesù. In che modo aiuto a portare queste croci? Come
reagisco nel leggerne o ascoltarne i resoconti dei media?
Scena seconda. Una folla con
Gesù.
Un corteo va al calvario per la crocifissione di Gesù. Tutti percorriamo
questa strada nella via crucis, ma può capitare di non coglierne le articolazioni.
Lc, fedele alla sua impostazione, sottolinea che non tutti sono contro
Gesù. Al momento della partenza, pare che sia l'intero sinedrio ad afferrare
furiosamente Gesù e a trascinarlo di corsa al Calvario. Pilato "abbandonò
Gesù alla loro volontà", ed essi "lo condussero via", 23,25-26.
Chi è il soggetto di queste azioni? Sembrano gli stessi che s'erano mossi
dal sinedrio e l'avevano condotto a Pilato. Improbabile storicamente, ma efficace
stilisticamente per esprimere il rifiuto implacabile che insegue Gesù dopo
la condanna, fino al Calvario, fin sulla croce e fin dopo morto.
Insieme a Gesù sono condotti fuori "due malfattori per essere giustiziati",
23.32. Ogni condannato era preso in custodia da quattro soldati armati di
lance e scudisci, che se ne occupavano fino all'esecuzione.
Chi altro poteva far parte del sinistro drappello di accompagnatori? Amici,
parenti, le donne venute dalla Galilea, curiosi, qualche sadico che si diverte
a vedere gli altri soffrire, quelli che nella piazza avevano gridato "a
morte".
Lc ci fa sapere che "lo seguiva una gran folla di popolo e di donne
che si battevano il petto e facevano lamenti su di lui", 23,27. Poco
fa, nelle ultime battute del processo romano, sembrava che la folla si fosse
messa tutta contro Gesù. Ma sulla via della croce e sotto di essa c'è una
folla che "segue" Gesù e sta dalla sua parte. Lc tocca di nuovo
il tasto della sequela. C'è una porzione di gente, non discepoli nè amici,
interessata alla sorte di Gesù. Sono colpiti dalle sue sofferenze e dal modo
in cui le sopporta. Il viaggio al Calvario li ha coinvolti. Alla fine queste
folle resteranno trasformate nel cuore. La vicenda del Calvario sembrerà il
trionfo della sequela di Gesù. Chi legge Lc se ne sente anche oggi implicato.
Dal secolo XII, forse in coincidenza con le crociate, si diffonde nella
chiesa la pratica della Via Crucis. Alcune stazioni ivi elencate non si trovano
nel vangelo, ma ciò non vuol dire che non siano vere. Può darsi che in quel
momento gli evangelisti non avessero messaggi speciali da trasmettervi. Non
tutto ciò che Gesù fece e disse ci è tramandato. Le cadute durante il tragitto
erano frequenti, perché le strade erano sconnesse e i condannati malridotti,
specie Gesù. Una schema di Via Crucis del 1490 elenca sette cadute. Gli amici
cercavano di offrire sollievi contro il sudore o la sete. La madre poteva
essere nel corteo, dato che sarà sotto la croce.
La via del Calvario è l'icona della vita cristiana. Gesù, la sua croce,
il suo amore, il suo esempio. Noi dietro di lui, intenti ad osservarlo per
imparare ad imitarlo ed essere suoi seguaci. La pratica della Via Crucis è
un sostegno al nostro cammino. Dopo l'Eucaristia e i sacramenti, è uno dei
modi più fruttuosi di fare memoria della Passione di Gesù.
O Gesù, fa che la mia vita
possa essere definita una "sequela" di te. Che io non mi perda dietro
altri modelli.
Voglio abituarmi a considerare la mia vita, la vita della mia famiglia
e della mia comunità, la cronaca quotidiana della mia patria e dell'umanità
intera come un'articolazione della via della croce. Voglio saper riconoscere
in essa le singoli stazioni, sino alla resurrezione.
Scena terza. Il pianto sbagliato
Si può sbagliare anche nel modo di seguire Gesù. Nella gran folla che
lo accompagna battendosi il petto, ci sono donne che fanno lamenti su di lui.
Non si tratta delle lamentatrici di professione o di una ipotetica confraternita
della buona morte. Gesù non avrebbe fatto loro attenzione. Sono donne giudee
di Gerusalemme, che Lc distingue da quelle venute dalla Galilea. Non sono
contro Gesù. Hanno affetto e compassione per lui.
Gesù si rivolge loro con accenti severi, insoliti nello stile di Lc: "Figlie
di Gerusalemme, non piangete su di me, ma piangete su voi stesse e sui vostri
figli", 23,29. Non disprezza il loro lamento. Esso esprime dissociazione
dal rifiuto dei capi e di altra parte della folla, quindi è atteggiamento
positivo. Ma ne approfitta per pronunziare un oracolo profetico sulla sorte
di Gerusalemme e di coloro che saranno distrutti insieme ad essa per aver
rifiutato il messia, e che sono figli di queste donne.
Non si tratta di consolazione, come talora si dice nell'enunciare l'ottava
stazione della Via Crucis. E' uno scossone per rendere consapevoli che restare
chiusi all'amore di Dio ha tremende conseguenze. Forse Lc usa questo linguaggio
sferzante perché mentre scrive il suo vangelo sono vive nella sua memoria
la distruzione di Gerusalemme e le stragi romane sul popolo ebraico. La chiesa
primitiva ha interpretato questi eventi come castigo di Dio per il rifiuto
del messia.
"Verranno giorni nei quali si dirà: beate le sterili e i grembi che
non hanno generato e le mammelle che non hanno allattato", 23,29. Le
donne che non hanno figli non avranno da piangere quando i giovani saranno
macellati nelle guerre.
Gesù conclude il giudizio profetico con un proverbio il cui senso preciso
ci sfugge: "Se trattano così il legno verde, che avverrà del legno secco?",
23,31. Il senso più probabile è: se Gesù, giusto e innocente, è condannato,
che ne sarà di chi è colpevole, cioè di tutti i peccatori?
Questa parola di Gesù nel viaggio al Calvario potrebbe lasciare la bocca
amara. E' una condanna? Non ci sarà salvezza per queste donne? Sarebbe contro
la teologia di Lc. Esse si stanno battendo il petto, e alla morte di Gesù
avranno la grazia del vero pentimento.
Lc mette in guardia dai modi sbagliati di accostarsi alla Passione di
Gesù. Non servono le lacrime di compassione per il Crocifisso senza quelle
di pentimento per i peccati. Gesù comprende e accetta le lacrime di Pietro,
ma intende purificare le lacrime delle donne di Gerusalemme.
Dinanzi alla Passione di Gesù non basta commuoversi. Bisogna cambiar vita,
cioè eliminare le cause della Passione in se stessi e nel mondo. Non basta
avere compassione di chi soffre, ma occorre capire che quando la sofferenza
è ingiusta occorre adoperarsi per evitarla.
O Gesù, fa che io impari a
piangere su di me e sui miei peccati, e mi impegni a superarli, come frutto
della meditazione della tua Passione.
Esaminare se sono capace di accettare la mia passione: limiti, contrarietà,
difetti, malattie; e se sono capace di condividere ed alleviare le croci degli
altri. Così potrò percepire se il mio rapporto con la Passione di Gesù è corretto
e mi fa crescere.
Scena quarta. Gesù e la sua
croce
Gv offre un'altra impostazione del viaggio di Gesù al Calvario. La fine
del processo, il viaggio e l'esecuzione sono collegati in un baleno da azioni
che hanno per soggetti solo pronomi personali che si riferiscono ai capi dei
giudei. "Essi" avevano condotto Gesù da Pilato senza voler entrare
nel pretorio. Pilato lo consegnò "loro" perché fosse crocifisso.
"Essi" lo portarono sul Calvario e lo crocifissero. Bisognerà aspettare
19,23 per rendersi conto che c'erano dei soldati a fare il loro lavoro. Ma
all'evangelista interessa più la verità teologica che quella storica. "Essi"
sono i responsabili e i colpevoli della morte di Gesù, chiunque ne sia l'esecutore
materiale.
Il rapporto tra Gesù e la sua croce è singolare. "Egli, portando
la croce, si avviò verso il luogo del Cranio", 19,17. Nessun accenno
all'aiuto del Cireneo nè alla debolezza di Gesù. Nessuno aiuta. Non ce n'è
bisogno. Gesù guida il proprio destino. La croce è sua e se la porta lui.
La seconda stazione della Via Crucis ci mostra Gesù che prende sulle spalle
la croce, cioè il mondo, l'umanità, il destino di ognuno di noi, e va. La
sua vita e missione si chiama portare la croce.
I commentatori pensano che Gv alluda a Isacco che porta la legna dove
dovrebbe bruciare in sacrificio, oppure che voglia offrire un modello di maestro
coraggioso e irresistibile. Anche Gv tratta infatti il tema della sequela,
pur se con minore insistenza di Lc. "Se uno mi vuol servire mi segua,
e dove sono io sarà pure il mio servo", 12,20, cioè sulla croce.
Qualcuno osserva che la traduzione esatta non sarebbe che Gesù porta la
croce "da se stesso", ma "per se stesso". Cioè come uno
strumento che s'è scelto e che gli serve per fare qualcosa di molto importante.
Così Gesù porterebbe la croce non come uno che è condannato a morte e non
può evitare di morire, anche se lo fa da eroe, ma perché ha scelto di usarla
per realizzare il suo progetto di salvare il mondo. Non ha forse detto che
nessuno gli toglie la vita, ma che egli ha il potere di donarla e di riprenderla
di nuovo?, cfr. 10,17,18. Interpretazione suggestiva da non escludere.
La croce è sempre di Gesù, sia che la porti il Cireneo o altri, volentieri
o costretti. Egli solo l'ha presa su di sé volentieri, le ha dato un valore
e ci ha insegnato a fare altrettanto. Per questo è sua, anche se la portiamo
noi. Croce è tutto ciò che noi non apprezziamo e vorremmo evadere ad ogni
costo. Ma non ci riusciamo.
Gesù non ha rifiutato la croce ma l'ha amata. Ha preso le croci che noi
non vogliamo portare, lui che non le meritava. Tutte le croci di tutti i crocifissi
del mondo sono di Gesù. Quando aiutiamo a portarle, aiutiamo Gesù.
O Gesù, per amare la vita e
goderne i valori devo imparare ad amare la croce. Insegnami questa lezione
che è la più importante dell'esistenza.
Mi impegno ad esaminare se in me o attorno a me ci siano croci non ancora
di Gesù, cioè non accettate con amore. Farò il possibile per renderle di Gesù.
L'aumento del benessere materiale riduce la nostra capacità di spiegarci la
croce e di accettarla. La meditazione della Passione di Gesù in queste situazioni
è più necessaria che mai.
II. LA CROCE
Mt 27,33-56; Mc 15,22-41; Lc 23,33-49; Gv 19,17b-37
Scena prima. Lo crocifissero.
RIFLETTI. Nemmeno una proposizione principale.
Qualcuno se la cava con un inciso. Così gli evangelisti raccontano l'orrendo
supplizio dell'inchiodamento e innalzamento di Gesù sulla croce.
Siamo abituati a meditare questo evento con l'emotività sconvolta, immaginando
i chiodi che penetrano nelle carni vive, il condannato che ansima e si contorce,
i nervi e i tendini che si lacerano, il sangue che sprizza e scorre silenzioso.
Mentre Gesù tace e prega. Così la scena è stata descritta e rappresentata
da tutte le espressioni artistiche lungo i secoli.
Nulla di tutto ciò nei vangeli. Essi dedicano molto più spazio alla spartizione
delle vesti, agli insulti ed alla scritta sulla croce, che non alla crocifissione.
Mt: "Dopo averlo quindi crocifisso", si spartirono le vesti.
Mc: "Poi lo crocifissero", e si divisero le vesti.
Lc: "Là crocifissero lui e i due malfattori".
Gv: si avviarono al Calvario "dove lo crocifissero e con lui altri
due".
Già avvenuto. Il lettore rischia di scorrere via senza avvertirlo. Per
avere l'idea e l'immagine di quel che accade dobbiamo ricorrere alla storia.
Ivi troviamo descrizioni su come avvenivano le crocifissioni e come reagivano
i condannati.
Gesù è inchiodato al "patibolo", lato trasversale della croce.
Due soldati lo fissano ai polsi, mentre altri due tengono fermo il corpo.
Poi tutti i quattro sollevano il patibolo e il condannato fino ad agganciare
la traversa in cima allo stipite già piantato a terra. Quindi affiggono i
piedi al legno con uno o due chiodi. Gesù è lì, crocifisso, con la morte conficcata
nel corpo. La sua agonia è colma di insegnamenti. La vogliamo seguire con
tutto l'amore che ci è possibile.
Durante l'agonia l'attenzione è rivolta a quel che accade attorno al Crocifisso
e a quel che passa nel cuore del Crocifisso, reso percepibile dalle sue parole.
Perché gli evangelisti non dedicano alcuna attenzione al dolore fisico
di Gesù? E' immenso come cumulo e prezioso come valore perché è il mezzo della
nostra salvezza. Essi suppongono tutto questo. Sanno che i lettori conoscono
lo strazio della crocifissione perché ne vedono lo spettacolo con frequenza.
Molti di loro hanno assistito all'esecuzione di duemila zeloti che avevano
tentato un'insurrezione e che i romani avevano appeso alle croci lungo la
strada da Gerusalemme a Betlemme. Tutti sanno che è la condanna peggiore tanto
che, come la flagellazione, non può essere inflitta ai cittadini romani ma
solo a schiavi e stranieri.
Gli evangelisti vogliono soprattutto illustrare l'amore di Gesù al Padre
e all'umanità, la fedeltà alla propria identità e missione, il coraggio e
la coerenza con la sua scelta di donare la vita per noi. Inoltre essi accentuano
il rifiuto implacabile del mondo del peccato, che è anche in ognuno di noi,
all'amore di Dio. Il dolore del Crocifisso si chiama amore. In Gesù l'esperienza
di dolore è inferiore all'esperienza dell'amore che lo consuma sulla croce.
E' inchiodato dall'amore, è bruciato dall'amore, sarà abbattuto dall'amore
che lo porta ad annullare la sua vita perché diventi vita del mondo. Se non
fosse così, il dolore da solo non sarebbe redentivo.
Crocifisso significa innamorato del Padre e dell'umanità. Come una centrale
energetica da cui scaturisce la vita per tutti, e ognuno di noi ha un filo
con cui vi è collegato. Un mare, un oceano, un incendio di amore e di dolore,
di dolore amoroso o amore doloroso, come diceva San Paolo della Croce.
Tuttavia Mt e Mc, come vedremo, ci aprono spiragli sconcertanti sul dolore
interiore di Gesù.
PREGA. O Gesù, aiutami a capire che nella vicenda umana c'è sempre qualcosa più
grande del dolore, morale o fisico: è l'amore. Tu l'hai realizzato e dimostrato.
Fa che io possa gradualmente sperimentarlo, sul tuo esempio e col tuo aiuto.
PROMETTI. Il Crocifisso mi chiede una
seria revisione dei valori su cui ho basato la mia vita. Voglio chiedergli
la grazia di mettere al primo posto l'amore a Dio e ai fratelli, a partire
dai miei familiari, parenti, amici e colleghi. Con l'amore di Dio nessuno
è povero o perduto, anche se è appeso alla croce. Senza l'amore di Dio nessuno
può essere ricco.
Scena seconda. Non toccate
la tunica
Due gesti incasellavano l'atto della crocifissione secondo l'usanza romana.
Uno prima e uno dopo. Offrire al condannato una bevanda anestetica, e dividere
i vestiti tra i soldati che l'hanno custodito fino alla crocifissione. Mt
e Mc riportano il primo e tutti e quattro il secondo, vedendovi l'avverarsi
di diverse situazioni del Giusto di Israele o del Servo del Signore descritte
nei profeti e nei salmi.
Oggi abbiamo anestetici che fanno passare attraverso i più atroci dolori
e anche la morte senza sentire nulla. Ai tempi di Gesù vi erano solo antidolorifici
da erboristeria. Gli offrono "vino mescolato con fiele", Mt; o "vino
mescolato con mirra" Mc. Ma Gesù non ne beve. Vuole conservare il controllo
della mente e la sensibilità del corpo.
Questa bevanda è diversa da quella acidula che porgeranno a Gesù durante
le lunghe ore dell'agonia e che egli accetterà, come ricordano tutti gli evangelisti.
I vestiti del condannato appartengono ai crocifissori. Forse un modo per
arrotondare i loro magri stipendi. Il salmo 22 (numerazione ebraica; 21 nella
numerazione greca dei Settanta e quella latina della Volgata) menziona lo
spogliamento come una delle sofferenze del Giusto di Israele. Il salmo elenca
anche diverse altre umiliazioni che Mt cita in altri punti del racconto. Pare
che questo salmo abbia influito su tutta l'impostazione matteana dell'evento
del Calvario.
Le vesti di Gesù fanno questa fine. Secondo i sinottici sono divise e
tirate a sorte. Secondo Gv, le vesti sono spartite, la tunica è tirata a sorte.
Può darsi che i sinottici intendano la stessa cosa ma ne trattino in modo
unitario.
Gv però distingue, inserendo più reconditi significati: "I soldati
poi, quando ebbero crocifisso Gesù, presero le sue vesti e ne fecero quattro
parti, una per ciascun soldato, e la tunica. Ora quella tunica era senza cuciture,
tessuta tutta d'un pezzo da cima a fondo. Perciò dissero tra loro: Non stracciamola
ma tiriamola a sorte a chi tocca", 19,23-24, e cita anche lui il salmo
22.
Le vesti erano i capi esterni del vestito. La tunica corrispondeva alla
biancheria intima. La preoccupazione di non "stracciare" la tunica
ha fatto pensare alla veste del sommo sacerdote, che secondo Es 39,27-31 doveva
essere senza cuciture. Vuole Gv ricordare che Gesù è il sommo sacerdote che
sta offrendo il sacrificio? Affascinante e possibile, anche se la lettera
agli ebrei, tutta sul sacerdozio di Cristo, non accenna a questo simbolismo.
La veste potrebbe anche alludere all'unità del genere umano, realizzata
dalla morte di Gesù, e all'unità della chiesa. Tanto più che la parola greca
tradotta con stracciare è "scisma", che significa scissione, divisione
di comunità e di comunione.
Non è indebita l'illazione secondo cui la tunica sia stata tessuta dalla
madre di Gesù, come facevano le donne ebree per se stesse, per i mariti e
per i figli.
Dopo essere stata strappata dal corpo piagato dalla flagellazione, ora
la tunica scompare. Ulteriore spogliamento ed espropriazione del Crocifisso,
nudo dinnanzi al mondo, con la sola dignità datagli da creatore.
O Gesù, il tuo spogliamento
sulla croce è l'ultimo passo della tua umiliazione nel farti come noi. La
kenosi è quasi al culmine. Sarà consumata quanto ti spoglieranno anche della
vita.
Si possono spogliare gli altri non solo togliendo loro i vestiti o i beni
materiali a cui hanno diritto, ma anche non rispettando la loro dignità. Controllare
se questo non stia avvenendo nel mio linguaggio e nel mio comportamento.
Scena terza. Quel che ho scritto
ho scritto
Tutti ne parlano, ma Gv ne fa una proclamazione e ci ricama una scena
come quella del processo. In alto sulla croce, sopra la testa del Crocifisso,
c'è un cartello con l'identificazione del condannato e la motivazione della
condanna. L'ha dettato Pilato.
Mt: "Questi è Gesù, il re dei giudei", 27,37.
Mc: "Il re dei giudei", 14,26.
Lc: "Questi è il re dei giudei", 23,38.
Gv: "Gesù il Nazareno, il re dei giudei", 19,19.
Mentre i sinottici l'accennano senza importanza come un dettaglio di procedura,
Gv ci monta il caso. Il contenuto di quella spiegazione dev'essere bene assimilato.
Per lui l'iscrizione è una nuova proclamazione della regalità di Gesù, più
solenne di quella fatta a conclusione del processo nel Pretorio, perché è
gridata al cospetto di tutto il mondo e in tutte le lingue parlate nell'occasione
cosmopolita delle feste pasquali: ebraico lingua ufficiale e liturgica, greco
e latino lingue degli affari. Manca l'aramaico, lingua popolare e casalinga,
ma in questo caso non è necessaria.
Il motivo della condanna è riassunto a scherno dei capi giudei, i quali
se ne accorgono e se ne lamentano: "Non scrivere: il re dei giudei, ma
che egli ha detto: Io sono il re dei giudei", 19,21. Pilato, arcistufo
dei giudei e della faccenda, taglia corto: "Ciò che ho scritto ho scritto",
19,22. S'è preso la rivincita. Questione di ripicca e di dispetto, ma la scena
è di grande efficacia. La verità esplode nonostante le intenzioni degli attori,
sia i giudei che Pilato. Gesù risultò re al momento della condanna, ora appare
re al momento della crocifissione. Tutti possono leggerlo e devono capirlo.
Pretorio e Calvario: anche le due strutture letterarie sono parallele.
Pretorio: Gesù esce dal pretorio verso il luogo detto Gabbatà, cioè altura,
sul pavimento di pietra. Pilato siede, o fa sedere Gesù e dice: Ecco il vostro
re. Essi gridano: via, via, crocifiggilo.
Calvario: Gesù esce dalla città verso il luogo detto Golgotà, cioè luogo
del Cranio. Lo crocifiggono e Pilato scrive: Il re dei giudei. Costoro gridano:
Non scrivere re ma che si è detto re.
I due momenti distruttivi di Gesù, la condanna a morte e l'esecuzione,
coincidono con le due proclamazione della sua regalità, a cui corrispondono
due rifiuti dei giudei. L'ironia dei contrasti è lacerante.
Insieme a lui sono crocifissi altri due "uno da una parte e uno dall'altro,
e Gesù nel mezzo", 19,18. Tra poco egli dirà le ultime parole. Così l'apparato
regale non può essere più paradossale. La crocifissione è l'intronizzazione
del re. I due crocifissi sono la scorta, il seguito, gli assistenti. L'iscrizione
è l'acclamazione dell'identità regale. Le lingue sono la proclamazione universale
della regalità. La conferma di Pilato indica che la regalità emerge nonostante
il rifiuto dei giudei e la corruzione dei romani. Le sette parole sono il
magistero finale e le ultime volontà del re. La regalità spicca nonostante
l'apparente sconfitta e la prevalenza delle tenebre.
Ai piedi del Crocifisso, ancora silenzioso e immerso nella preghiera,
si agita il mondo inquieto e in conflitto per causa sua. Veramente segno di
contraddizione.
O Gesù, rendi forte la mia
fede perché sappia riconoscere la tua identità anche nello sfiguramento della
croce, e percepire e rispettare l'identità di ogni essere umano anche quando
è deturpata dal peccato o dallo sfruttamento di altri esseri umani.
Ogni volta che mi lego a valori effimeri, come successo, denaro, piaceri
e altri beni materiali, anch'io rifiuto la regalità di Gesù per servire idoli.
Devo restare in costante vigilanza per percepire dove e fino a che punto ciò
stia succedendo nella mia vita.
Scena quarta. Insulti a raffica
Amore e rifiuto dell'amore sono le due realtà che si scontrano sul Calvario.
Il Crocifisso rivela e offre l'amore di Dio. Parte dell'umanità si ostina
nel rifiuto e nel disprezzo di questo amore. Gv e in parte Lc si incantano
a far risaltare la grandezza e il trionfo dell'amore. Mt e Mc sembrano atterriti
dall'enormità del rifiuto.
In Gv il rifiuto è espresso solo dall'opposizione dei giudei all'iscrizione
equivoca esposta da Pilato. Lc riporta ma attenuta i gesti di scherno dei
colleghi sinottici e include tra di essi anche la scritta di Pilato.
Per Mt e Mc gli insulti al Crocifisso non sono lanciati a vanvera, ma
sono orchestrati con logica, a tre ondate di diversa provenienza e contenuto.
Sono anche simmetrici alle accuse emerse nei processi religioso e civile e
alle ingiurie già rovesciate su Gesù in quella sede. I due sembrano più colpiti
dalla virulenza del rifiuto che dal comportamento del Crocifisso.
Ecco lo scaglionamento degli insulti e degli insultatori secondo i sinottici.
Prima serie, i passanti. Avendo sentito che Gesù s'è proclamato padrone
del tempio e Figlio di Dio, lo sfidano: "Tu che distruggi il tempio e
lo ricostruisci in tre giorni, salva te stesso. Se sei Figlio di Dio, scendi
dalla croce!", Mt 27,40. La provocazione offre due soluzioni a due situazioni
disperate: se sai distruggere il tempio, salvati; se sei Figlio di Dio, scendi.
In forma di sillogismo, la sconfitta è lampante: se fossi Dio, scenderesti;
non scendi, dunque non sei Dio.
Questi mordaci commenti sono formulati "scuotendo il capo",
sghignazzata che secondo il salmo 22 è rivolta contro il Giusto di Israele
che continua a confidare in Dio. In Mc è ricalcata dall'esclamazione derisoria
"Ehi!" tipica delle preghiere di lamentazione.
Chissà che ripercussione hanno questi attacchi nel cuore di Gesù. Egli
ascolta dalla croce: "Se tu sei Figlio di Dio...". Le stesse parole
sussurategli da satana nel deserto: Se sei Figlio di Dio buttati giù, dì che
queste pietre diventino pane. Satana è di nuovo all'assalto, nelle parole
di questi passanti. Satana sotto la croce.
Dal loro punto di vista hanno ragione. Se uno ha tanta potenza, potrebbe
usarla anche per se stesso. Ma seguire questa logica indica la più clamorosa
incomprensione del vangelo. Inchiodato e innalzato sulla croce, Gesù sta realizzando
il cuore del vangelo, già annunciato a parole: "Chi vuol salvare la propria
vita la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del vangelo
la salverà", Mc 8,35. Questa è la genialità di Gesù. Farlo scendere dalla
croce significa svuotarlo della sua potenza. Come osate sfidarlo: salva te
stesso scendendo dalla croce, se chi si salva così perde tutto? Perdendo invece
la vita come sta facendo per amore del vangelo, salva se stesso e l'umanità.
Questa è la sua logica e sapienza, che Paolo apostolo svilupperà in 1Cor 2,1-5.
Il tentativo di separarlo dalla croce lo insegue anche adesso che c'è inchiodato
sopra. Ma non prevarrà.
O Gesù, guardarti sulla croce
con la logica umana significa non afferrare mai il senso di questa tua scelta.
Purifica e rafforza la mia fede perché comprenda l'essenza del vangelo, che
è nella croce.
Spesso si farebbe di tutto per evitare certe sofferenze o apparenti sconfitte.
Bisogna valutare bene nella fede queste situazioni. Possono essere occasioni
uniche di maturazione e di crescita nella conformazione al Crocifisso.
Scena quinta. Insulti peggio
dei chiodi
Le ingiurie a Gesù sulla croce sono più trafiggenti dei chiodi. Egli è
ferito da una crocifissione molteplice: nel suo corpo, nella sua dignità umana,
nella sua identità divina.
La seconda serie di oltraggi proviene da "i sommi sacerdoti con gli
scribi e gli anziani". Essi argomentano salacemente così: "Ha salvato
gli altri, non può salvare se stesso. E' il re di Israele, scenda ora dalla
croce e gli crederemo. Ha confidato in Dio; lo liberi ora, se gli vuol bene.
Ha detto infatti: sono Figlio di Dio!", Mt 27,41-43; cfr Mc 15,31-32.
Bisogna credere che tutto il sinedrio, settanta persone bardate di nero
come corvi neri, sia assiepato sotto la croce a ripetere queste sconcezze?
E' storicamente inverosimile, ma agli evangelisti, come al solito, interessa
più la teologia che la storia. E' incredibile fino a che punto possa arrivare
la cecità dell'opposizione e del rifiuto. Solo individui insolenti come loro
potevano articolare un'insolenza come questa.
Nella prima parte ribadiscono l'insulto dei passanti sul potere di salvare
gli altri e non se stesso. Che smacco! Nella seconda parte la provocazione
è elaborata con un argomento teologico più sofisticato: se è re di Israele
- e Cristo, aggiunge Mc - scenda, così noi vediamo e crediamo. Nella terza
parte, sola di Mt, la sfida si sposta sulla fiducia in Dio. L'oltraggio è
corredato di citazioni dal salmo 22 e dal libro della Sapienza 2,20, per ferire
Gesù nel più profondo della sua identità di Figlio di Dio.
Un insulto a sventagliata. Tutti i titoli adoperati dai vangeli per chiamare
Gesù sono tirati in ballo: Cristo, messia, re d'Israele, Figlio di Dio. Li
ha rivendicati ma è finito sulla croce. Per confermarli ci vorrebbe un miracolo
tale da essere prova inoppugnabile di potere divino. Scendi! "perché
vediamo e crediamo",
Sempre la stessa logica. Come far capire all'intelligenza umana che morire
sulla croce è un potere più grande di quello di scendere? Il potere dell'amore.
Anche questa seconda ondata di insulti è un attentato alla logica della
croce, più violento del precedente. Questi insultatori non hanno capito proprio
niente della sequela di Gesù. Tutto cozza e si sfracella lì: lo scandalo della
croce. Solo un messia senza croce sarebbe credibile, ma non esiste nella mente
di Dio, e non è possibile dopo il disastro del peccato. Tutti ci hanno provato:
Pietro, i discepoli, le folle, il sinedrio, i passanti, i soldati, i colleghi
crocifissi, satana orchestratore capo. Solo dopo che sarà morto qualcuno comincerà
a capire.
Mt e Mc non descrivono il contenuto della terza serie di insulti a Gesù.
Dicono che provengono da "quelli che erano crocifissi con lui".
Per Mt essi ricalcano più o meno quello che sentono dagli altri.
Lc riporta solo due serie di offese al Crocifisso. Una dal popolo, che
ripete il motivo del salvare se stesso se è il Cristo. Un'altra dai soldati,
che fanno leva sul titolo di re dei giudei, l'unico che da romani possono
capire, 23,35-38.
L'ironia sottolinea ancora che tutti i titoli di Gesù restano confermati
mentre si cerca di negarli, come avviene in Gv per il titolo della regalità.
Gli insulti al Crocifisso indicano la difficoltà dell'umanità ad aprirsi
alla logica della croce. Essi permangono nella storia: nella scienza che si
crede autosufficiente, nei potenti che si illudono di essere onnipotenti,
nella cultura che conta solo sulla ragione e sul successo, nei cristiani che
pensano di conciliare la croce con tutto.
O Gesù, grazie della tua fedeltà
alla croce. Significa fedeltà all'amore, Perché sei stato sulla croce sino
alla fine, ora puoi essere accanto alle mie croci e alle croci dell'umanità
sino alla fine dei tempi.
Una cosa sola il Crocifisso non può fare: toglierci la nostra croce. E'
nostra. Ce l'abbiamo costruita con la nostra libertà. Ma il Crocifisso ha
fatto molto di più: l'ha presa su di sé e la porta con noi. Per questo non
ha voluto scendere dalla croce. Devo ricordarmi di questa verità nelle mie
croci. Sarò più forte e le porterò con più amore.
Scena sesta. Un super dono
chiamato perdono
Ora ci mettiamo in ascolto delle ultime parole del Crocifisso, insieme
a tutti i cristiani che l'hanno fatto lungo i secoli.
Delle sette frasi pronunciate da Gesù nella sua agonia, tre sono riportate
da Lc, tre da Gv e una da Mt e Mc. Nella numerazione tradizionale viene in
primo luogo la parola del perdono, riferita da Lc. "Crocifissero lui
e i due malfattori. Gesù diceva: Padre, perdonali perché non sanno quello
che fanno", 23,33-34. Dal contesto appare che Gesù stia pronunciando
queste parole mentre lo fissano coi chiodi sulla croce, quindi intenda i soldati
esecutori. Ma è ovvio che i destinatari del suo perdono sono anche coloro
che lo insultano lì intorno, e l'umanità di tutti i tempi e ogni essere umano
compresi me e te.
Queste parole sono state soppresse in molti testi antichi, ma sono presenti
in altri e nei commenti dei padri della chiesa, quindi da considerare autentiche.
Sono logiche allo stile e alla teologia di Lc. Forse alcuni copiatori, ancora
feriti dal rifiuto di Gesù da parte degli ebrei, hanno sottratto queste parole
troppo generose. Oppure, ammesso che Lc scriva dopo la distruzione del tempio
e che questa fosse ritenuta punizione per il rifiuto del messia, appariva
difficile conciliare l'evento con queste parole di perdono.
Lo scopo della frase non è solo di scusare o attenuare la responsabilità
degli ebrei, ma è soprattutto di confermare l'esigenze cristiana del perdono.
Gesù l'aveva enunciata nel discorso della montagna: "Amate i vostri nemici,
fate del bene a coloro che vi odiano, benedite coloro che vi maledicono, pregate
per coloro che vi maltrattano", Lc 6,27-28. Il Maestro sa che questa
è la lezione più difficile da imparare per il discepolo, perciò ne dà l'esempio
per dire che è possibile anche nella situazione più impossibile: perdonare
chi ti sta uccidendo. Nel libro degli Atti 7,60 Lc dimostrerà - con il caso
di Stefano - che il vero discepolo può seguire il Maestro fino a quel punto.
Dal cuore di Gesù morente ci è offerto il perdono e ci è chiesto l'impegno
di perdonare. Nella sua morte di croce Gesù sta rivelando l'amore di Dio.
Esso va oltre le possibilità umanamente immaginabili dell'amore. Ama anche
quanto non è amato o è rifiutato e ucciso. E' un dono che arriva sino al perdono.
Un dono super, un iper dono. Un dono che da parte sua non viene mai meno.
Solo la nostra persistenza nel rifiuto può renderlo vano. E sarebbe la nostra
condanna, sino all'inferno.
Abbiamo bisogno di rimetterci dinanzi a questa parola e sentirne la potenza
trasformatrice. Essa non può valere solo per i quattro ignari inchiodatori,
ma è per noi e sempre, anche oggi. Quando ci rifiutiamo di amare quello che
la vita ci offre o ci consumiamo dietro valori che non contano e finiscono,
dimenticando di cercare in Dio il rapporto che risolve la nostra vita, noi
non sappiamo quello che facciamo. La nostra miseria è così profonda che Dio
non può fare altro che perdonarla.
L'attutimento del senso del peccato ci fa perdere il senso del perdono.
Anche di questo Gesù ci perdona. Se manca l'esperienza di essere perdonati,
è più scarsa la capacità di perdonare. I due aspetti sono inseparabili: dobbiamo
perdonare perché siamo perdonati; siamo perdonati nella misura in cui perdoniamo.
Gesù ce l'ha insegnato anche nella preghiera del Padre Nostro.
O Gesù, perdonami di aver dimenticato
di perdono. Fa che ne riscopra la grandezza e ne sperimenti la gioia.
Esaminare se nella mia vita vi sono ferite ancora aperte per incapacità
di perdonare. Prima di correre dallo psicologo, perché non trascorrere un
po' di tempo davanti al Crocifisso? Non costa denaro, e può essere più efficace.
Scena settima. Il ladro che
rubò il cielo
Veder condannati i criminali è un motivo di sollievo anche nella nostra
società. Lo proviamo quando vediamo puniti i corrotti della pubblica amministrazione,
i capi mafiosi, gli attentatori o sequestratori, i bruti o gli stupratori.
Ci sono criminali casuali e quelli a tempo pieno. Il corpo sociale tende a
eliminarli come minacce di infezione.
Ai tempi di Gesù le esecuzioni erano una delle poche circostanze di pubblico
spettacolo e di sfogo delle rabbie e delle frustrazioni popolari. Per questo
anche attorno ai tre crocifissi del Calvario s'è radunata gente attirata da
interessi di vario tipo. A loro volta i condannati non scherzavano quanto
a insulti e maledizioni. Così sta avvenendo in questo caso, con eccezione
del crocifisso di mezzo. Lc ce lo racconta con abilità letteraria e teologica
eccezionale, facendone un dramma nel dramma.
Uno dei due, per tradizione quello di sinistra, insulta Gesù rilanciando
i motivi sentiti dagli altri: "Non sei tu il Cristo? Salva te stesso
e anche noi", 23,39. L'altro, che secondo Mc in un primo momento anche
lui ingiuriava, ad un certo punto si dissocia dal generale atteggiamento di
odio e di insolenza che infesta lo scenario. Forse è stato colpito dalle parole
precedenti di Gesù e dal suo silenzio colmo di preghiera e, intuisce, di amore.
Comincia col rimproverare il compagno: "Neanche tu hai timore di Dio
e sei nella stessa condanna? Noi giustamente. Egli invece non ha fatto nulla
di male", 23,40-41.
La mancanza di timore di Dio rende arroganti, quindi chiusi al perdono.
Chi teme Dio entra nell'abbraccio della sua misericordia, come canta Maria
nel Magnificat, 1,50. Il ladrone è diventato "buono". Si riconosce
colpevole e testimonia che Gesù è innocente. Basta vedere come s'è comportato
da quando siamo partiti tutti e tre con la croce sulle spalle. Non può che
essere un grande. C'è un altro modo di dimostrarsi re, oltre quello di scendere
dalla croce. E' starci come ci sta lui. E si abbandona al rischio della fede.
"Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno", 23,42. Il
salto non si perde nel buio, ma approda nelle sponde dell'amore. Risposta
immediata e super generosa, col linguaggio delle grandi rivelazioni: "In
verità ti dico, oggi sarai con me nel paradiso", 23,43.
E' salvo. Chi chiede di salvarsi come pretesa e sfida non si salva. Chi
lo chiede riconoscendo i propri peccati e cedendo all'amore si salva. Il "buon
ladrone" è diventato discepolo, segue Gesù tra i primi della fila.
Riportando questa seconda parola, Lc proclama di nuovo l'innocenza di
Gesù e dimostra il potere salvifico della sua morte. Dopo queste due parole,
non si capisce come qualche autore possa sostenere che in Lc il potere redentivo
non deriverebbe dalla morte ma solo dalla risurrezione di Gesù. E' chiaro
invece che la salvezza zampilla dalle piaghe e dall'amore, come il sangue
che scorre, "versato per voi", 22,20.
Gesù, sempre amico dei peccatori e largo di perdono con loro, sceglie
la loro compagnia anche per morire e se ne porta appresso un altro mentre
sta per partire. Egli è l'infinita manica larga di Dio. Basta un palpito d'amore
prima che il cuore si fermi, per afferrare al volo il paradiso ed entrarci
a pieno diritto. E' l'ansia di Dio perché nessuno si perda.
O Gesù, la generosità del tuo
perdono invita alla speranza senza limiti. Ti si chiede un ricordo e doni
un posto accanto a te.
La sorte dei due ladroni è un altro aiuto per scoprire la funzione della
croce. Nella situazione umana essa è inevitabile. Ma mentre con Gesù salva,
senza Gesù può far disperare. Con Gesù porta in alto, senza di lui fa precipitare.
In che modo sto portando la mia croce? Come condivido quelle degli altri?
Scena ottava. Stava la madre
Il Calvario sembra spopolato. Gv fa il vuoto intorno e concentra l'attenzione
sulla madre e sul discepolo amato per trasmetterci un messaggio importante,
la terza parola. Anche i sinottici parlano di donne accanto alla croce, ma
le segnalano dopo la morte di Gesù, non prima. La lista più o meno corrisponde.
Tutti menzionano la Maddalena, ma solo Gv mette a fuoco la presenza della
madre: "Presso la croce di Gesù stavano sua madre e la sorella di sua
madre, Maria di Cleofa e Maria Maddalena", 19,25. Maria sta sempre accanto
a Gesù, anche se si dice solo quanto nasce e quando muore e poche altre volte.
Non occorre dire spesso quel che è ovvio.
"Gesù allora, vedendo la madre e lì accanto a lei il discepolo che
egli amava, disse alla madre: Donna, ecco il tuo figlio", 19,26. Questa
parola ha suscitato un enorme sforzo di interpretazione, specialmente in quest'ultimo
secolo. Si vorrebbe affermare con sicurezza il contenuto simbolico della scena.
Non può trattarsi di semplice preoccupazione familiare: un figlio che
muore pensa alla madre bisognosa di assistenza. Non è abitudine di Gv occuparsi
di queste cose. Inoltre è espressa col linguaggio solenne delle rivelazioni,
di solito introdotte con "Ecco", oppure "In verità". Ecco
verranno giorni, ecco concepirai e partorirai un figlio, ecco l'agnello di
Dio.
"Donna" sembra un titolo di freddezza in questo momento. Gesù
l'ha usato solo con le sconosciute e con sua madre a Cana. Infatti Gv collega
i due momenti. A Cana ella, colla forza della sua fede, tirò fuori Gesù dall'anonimato
e gli fede anticipare l'ora della manifestazione col miracolo del vino. In
un certo senso, in quella occasione ella "generò" la fede dei discepoli,
perché credettero anche loro. Sul Calvario, mentre l'ora della glorificazione
è al culmine, ella sta per scoprire gli ultimi orizzonti della propria missione.
Per tre volte in due versetti Gv ricorda che ella è la madre, madre di
Gesù, "la madre" in generale. Perciò "donna" indica il
ruolo materno.
Molti padri hanno pensato che Gesù alluda alla Donna-Eva, che significa
"la vita". Come Eva sta alla radice della vita umana ed è madre
di tutti i viventi, così tu donna Maria mia madre sei alla radice della nuova
umanità che nasce dalla morte di croce. Donna-umanità all'origine della vita
e senza la quale non c'è vita.
Alcuni studiosi contemporanei, ricollegandosi a interpreti medievali tra
cui san Tommaso d'Aquino, pensano che il titolo indichi la donna-madre di
Israele escatologico, cioè realizzato e salvato in modo definitivo. Ma uno
scrittore cristiano della fine del primo secolo sa che tale Israele è ormai
la comunità di Gesù, la chiesa. La donna del Calvario è dunque Israele che
diventa chiesa di Gesù, il punto di saldatura tra il vecchio e il nuovo, il
meglio del vecchio e del nuovo, prima credente e prima discepola, primizia
della chiesa e madre della chiesa. Ciò che non è possibile a livello fisico,
che una sia madre di se stessa, lo è a livello simbolico in questa parola
di Gesù riferita da Gv. Che però si completa così: Gesù "poi disse al
discepolo: Ecco tua madre", 19,27.